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domenica 20 febbraio 2022

 

IPOTESI SULLA CREAZIONE POETICA

 

1)    L’AMBITO SOCIOLOGICO

 

Il tentativo di spiegare sia in termini sociologici che psicologici come viene attuato il processo di produzione poetica (come d’altra parte anche di altri prodotti artistici) suscita resistenze anche profonde. Da un lato ci sono stati i vari tentativi in questo campo che non hanno brillato per originalità , dall’altro lato vi è una difesa, anche spasmodica, di chi ritiene che la creatività poetica (o di altro), non debba essere spiegata, analizzata, disassemblata , perché cosi perderebbe quella forza e quella significatività che solo il mantenimento di un’unitarietà e globalità può dare (ovviamente il substrato ideologico spiritualista ed anche metafisico, qui fa capolino).

Ma esistono altri motivi e riguardano cioè lo scontro , sempre immanente, tra chi appartiene (sia come produttore che fruitore) al campo poetico e chi appartiene al gruppo psico-sociologico. Come appartenente a questo ultimo gruppo, non ho remore a dire che si tratti della solita lotta per un potere virtuale (e magari anche reale, quando consideriamo gli eventuali interessi economici in gioco), lotta che continuamente avviene tra tutti i gruppi di qualsiasi tipo. Questa lotta deriva da un’esigenza totalizzante predatoria o di difesa delle specifiche collettività, forse di origine genetica o simili (“Homo,homini lupus”diceva Hobbes…). Tuttavia, riconoscendo questi condizionamenti culturali, cercherò di delineare una serie di itinerari sia sociologici che psicologici, relativi alla produzione poetica (estensibili anche ad altri tipi di produzione).

Sociologicamente è necessario mettere in risalto, come qualsiasi studente sa, che esistono scuole o orientamenti specifici , storicamente determinati. Quello che forse è più difficile da accettare è che il mio prodotto poetico non solo appartiene ad una scuola od orientamento specifico, ma da quello stesso è pesantemente determinato.

Cioè :il poeta che si sente “libero” nella sua creatività, in effetti non fa che ripetere schemi che il gruppo di appartenenza, reale o virtuale, ha man mano codificato in una dinamica che pur tenendo conto degli apporti di ognuno, continua a ripetersi. Si può obiettare che anche se ci adeguiamo a dei vincoli formali, i contenuti sono diversificanti. Io posso riconoscermi nell’ ungarettiano ”Mi illumino di immenso” ,ma il mio verso “Masticando carote”(si perdoni l’irriverenza..) ha uno contenuto e quindi una comunicazione significante diversa.

Non si tiene conto anzitutto che il rispettivo compenetrarsi tra forma, contenuto e quindi significato o impatto emozionale, agisce in modo così determinante da farci sentire in grado di distinguere tra poesia e prosa (gli esempi di “prosa poetica”sono un ibrido interessante). Cioè c’è qualcosa nella poetica che sembra assente o parzialmente assente, nella narratività della prosa. Ed è proprio, penso, questa maggiore codeterminazione tra forma e contenuto. Più in avanti cercherò di chiarire questo processo.

Qui, per ora vorrei sostenere l’ipotesi che ogni poeta “copia” ed è  intriso dalle varie produzioni poetiche del suo gruppo di riferimento.

Il non adeguamento agli schemi del proprio gruppo porta ad una conseguenza: il non riconoscimento della sua appartenenza al gruppo stesso, il suo respingimento. E questo riguarda non solo le scuole e gli orientamenti specifici, ma anche l’intera collettività poetica. Vi sono migliaia (e nel mondo forse milioni) di aspiranti “poeti”, che non capiscono come il prodotto della propria creatività non sia accettato o non accettabile nella comunità poetica. Se oggi un aspirante poeta si sforzasse di utilizzare ancora metriche di altri tempi , non avrebbe diritto di esistere . D’altra parte anche in prosa, arti figurative e musica (quella seria..), non c’è spazio per la ingenua ripetitività del passato. E poi vi sono anche le determinanti di marketing dei  canali di comunicazione e contatto soprattutto editoriali. Se non  riesce ad entrarvi, non c’è spazio per l’aspirante all’ambito riconoscimento poetico (ma questo vale per altri ambiti, anche totalmente diversi).

Ricerche sulle “carriere” poetiche con l’analisi dei vari itinerari, facilitazioni e difficoltà sarebbero interessanti.

Ma resta un interrogativo importante: come mai si formano dei gruppi che esprimono e poi condizionano la produzione dei propri partecipanti. E come mai poi alcuni si modificano generando nuove collettività poetiche? L’ipotesi più comune ed anzi seduttiva (bisogna stare attenti al potere “seduttivo” delle idee…) è che nella stessa scuola o gruppo poetico alcuni singoli, per le loro capacità creative portino avanti modalità differenzianti dai dettati collettivi; diventino degli “outsiders”, dei fondatori di nuovi indirizzi. Questa ipotesi è seduttiva perché mette in primo piano la soggettività individuale, il cosiddetto “valore” del singolo. E questo singolo possiamo accettarlo come gregari, come nostro protettore, insomma, secondo la concezione dell’Edipo, come nostro genitore buono. Non solo , ma un giorno, sempre nella logica edipica, qualche figlio si ribellerà, contrapponendosi con un’altra via a quella usuale.

Se però cerchiamo di utilizzare un paradigma totalmente sociologico (alla Durkheim, per intenderci) è il gruppo in se stesso che inconsapevolmente costruisce una realtà diversa, dando vita a nuove soluzioni. E’ interessante osservare come secondo le esperienze dell’analisi clinica nei gruppi (soprattutto riconducibili alle osservazioni di Bion) si formi, nell’interrelazione tra i partecipanti, una nuova cultura, che consolida quella esistente e tende a produrre innovazioni. Un discorso analogo, mi sembra, è quello marxista, dove la classe sociale crea la propria cultura(ideologia) e si trasforma in qualcosa di nuovo, derivato sia dalla modificazione dei rapporti di produzione, sia da un’asserita presa di“ coscienza di classe”.

Ora voler ammettere, soprattutto in un campo come quello poetico, che non sono i singoli ma un’inconoscibile dinamica collettiva, non fa piacere a nessuno. Ci si scandalizza davanti ad un’affermazione per cui  le mie liriche pur influenzate da altri, da scuole, non siano un mio esclusivo prodotto creativo. Cioè si rivendica una posizione centrale del soggetto.

Questo può far capire come la sociologia sia molto meno apprezzata anche di quanto lo sia la psicologia. Infatti agli occhi dei più è considerata una disciplina limitata che rispecchia l’opera della benemerita categoria degli assistenti sociali. Non sembra, ma “ragionare” sociologicamente è più difficile, sia come strumenti che come riconoscimenti, di quanto si faccia con la psicologia.

Se si tocca la nostra convinzione di un’esclusività identitaria soggettiva, non si guadagna certo in popolarità.

 

2)L’AMBITO PSICOLOGICO

 

Consideriamo, anche se non è molto lecito separare la sociologia dalla psicologia, chiedersi qualcosa su come si determini il processo della produzione poetica.

Se noi chiediamo ad un poeta come si forma in lui quella poesia quei versi, non è che dobbiamo attenderci risposte esauriente. In genere , si afferma, sono venuti in mente, salvo poi intervenire per correggere, per modificare.

Cioè termini come Creatività, Ispirazione, Intuizione, sono il capolinea di ogni richiesta in tal senso. Tuttavia il poeta può fare riferimento a circostanze e determinanti sia esterne che interne, che hanno stimolato non solo a produrre liriche, ma anche come sfondo ideologico o scenico delle medesime.

Ora potrebbe essere utile riflettere su come esista un parallelo tra formazione del linguaggio, del pensiero, delle fantasie, degli atteggiamenti, delle emozioni e dei comportamenti con il processo poetico. Anzitutto ovviamente perché è un processo linguistico ma soprattutto per la rapidità che contraddistingue tutti questi eventi .

Cioè c’è un’immediatezza che sfugge al rallentamento del pensiero cosciente (che abbiamo detto, interviene poi per valutazione ed eventuale modifica del prodotto).

Questa immediatezza richiama la rapidità con la quale nel nostro cervello si attivano i contatti (sinapsi) tra le cellule base, i neuroni.

Allora possiamo ipotizzare che tutti questi eventi sopra descritti, siano prodotti , su stimolazione esterna o interna, facendo emergere tutti i materiali mnemonici collegati (secondo varie modalità) che abbiamo immagazzinato durante la vita. Ma se questo accadesse senza limitazioni , ci sarebbe una moltitudine di contenuti che paralizzerebbe pensieri e comportamenti.

Quindi agiscono dei filtri, dei selettori che obbligano ad una scelta univoca. Così io posso dire quella frase, avere quell’emozione, quel pensiero, quel comportamento, in modo univoco, scartando tutto il resto.

E qui allora c’è da fare la riflessione sulla poesia, sulla sua produzione rispetto a quella del linguaggio parlato o scritto.

Si può ipotizzare che la formazione di una lirica, di un verso, si basi su di un allentamento dei vincoli selettivi che costringono ad una scelta univoca. Soprattutto considerando la polisemia , possiamo constatare come ciò che viene prodotto poeticamente ha un’estensione maggiore, proprio quantitativa su quanto viene scritto o detto (autori come Joyce hanno tentato questa assimilazione). La poesia ha quindi un range di possibili scelte semantiche in continua evoluzione. Ma anch’essa deve avere dei selettori che blocchino un’invasione senza controllo di contenuti (come avviene in casi estremi di marasma psichico). E qui la componente emozionale, positiva o negativa, diventa l’ulteriore criterio di selezione.

 Si può considerare, anche,  quanto si è detto nella parte sociologica: i contenuti, i criteri, le modalità sviluppate nel gruppo poetico di riferimento, diventano i regolatori delle scelte liriche. Ovviamente questa visione tra i meccanismi psicologici e le attinenze sociologiche, non può venire accettata da chi è sedotto e vincolato dall’idealizzazione di una creatività che non può (non deve…) essere spiegata.

 

Ma c’è un’ipotesi ancora più scomoda. E se noi, i nostri pensieri, i nostri discorsi, le nostre fantasie, i nostri comportamenti e quindi le nostre produzioni poetiche , non fossero che l’espressione di “audio” e “video” registrazioni, introiettate durante il corso dell’esistenza e modificate a seconda delle richieste emozionali, positive e negative? Quello che avviene nei sogni e nelle fantasie .

 

 

 

 

  

 

 

 

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