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martedì 22 febbraio 2022

POETICA:IL REGNO DELLE PAROLE AMBIGUE( E FOLLI)

 La produzione di parole e  frasi comuni ai nostri dialoghi, verbali o scritti, si può modificare in due direzioni. L’una, psicopatologica, tipica della produzione “senza senso”(però, invece, un vero senso ce l’hanno) nei gravi disturbi deliranti. Aggravata magari dell’ecolalia, cioè la ripetizione di parole altrui in modo quasi automatico. L’altra nella composizione cosciente di un impianto verbale in particolari produzioni che sfociano, in genere, nella poesia.

Ma, anche a costo di apparire irriverenti, tra queste due modalità c’è un legame: cioè vengono man mano annullate delle inibizioni linguistiche, sia semantiche che sintattiche (e qualche volta anche semplicemente grammaticali) che dirigono il discorso secondo itinerari ben prefissati. La rigidità di questi itinerari ha lo scopo di permettere una comunicazione reciproca con acquisizioni, univoche, di significato. Per questo, le collettività hanno imposto delle regole (magari rafforzate nell’azione didattica), altrimenti si teme il caos. Ma può anche darsi che questi selettori rigidi, possano, appunto essere modificati e addirittura neutralizzati proprie nelle due situazioni predette: quella psicopatologica e quella, essenzialmente poetica.

Detto un po’ brutalmente: la poesia è simile alla lingua dei “matti” con però dei correttori che la costringono a venire a patti con la comunicazione cosiddetta ‘normale’. In questa situazione il poeta deve fare un doppio compromesso e cioè ottemperare ad un minimo di adeguamento al discorso usuale e, nello stesso tempo, rispettare le potenti spinte interne che spingono verso una produzione che può sembrare caotica ma che rivendica la necessità di una radicale innovazione nel dominio verbale. La motivazione o causa di questa spinta, secondo Freud riguardava la gratificazione dell’Eros, per me, che sono più pessimista, riguarda la messa in atto di meccanismi difensivi che devono andare aldilà del dialogo usuale, data la deficienza dello stesso a tenere a bada ansie, depressioni e tendenze abbandoniche.   Lo rileviamo anche nell’acquisizione infantile del linguaggio: mentre il bambino impara soprattutto il nome degli oggetti, delle cose, se ne impossessa ripetendoli, e aldilà delle funzionalità, spesso canterellandole, li sistema in un ambito particolare che non è quello comunicativo. Il che avverrà più tardi.

Inoltre nella storia delle magie e delle superstizioni, nonché delle cerimonie, soprattutto religiose, vi è una ripetizione che man mano perde il proprio significato, di preghiere e locuzioni simili.

Quindi possiamo fare l’ipotesi, che la produzione poetica sia assimilabile con quella psicopatologica, nonché quelle rituale. Il che, ovviamente non può piacere ai poeti.

A meno che..A meno che non si veda il tutto con un’altra prospettiva è cioè che la rottura dei legami normativi del linguaggio comune sia, da un lato un atto ribellivo (la  “ribellione”è sempre un concetto che ha una potente attrazione seduttiva)contro le costrizioni ma dall’altro lato sia uno strumento ben più efficace di raggiungimento di “verità” nascoste, nelle quali l’aspetto formale e quello di contenuto, sono orientati dalla esigenza emozionale. E questo non vale solo per i linguaggi, poetici, psicopatologici, infantili, rituali, ma anche per altre forme culturali quali quelle figurative, musicali e forse, qua e là anche usuali (basti pensare ai sogni, alle fantasie).

In altri termini il deficit comunicativo emozionale e conoscitivo dei linguaggi comuni e specificatamente di quelli in prosa, costringe, sotto la spinta di pressioni interne molto più forti di quanto possa essere percepito consapevolmente, a trovare nuove vie di uscita. L’optimum sarebbe quello di riuscire a trasformare in comportamenti effettivi tali spinte, Ma freni interni (il cosiddetto Superio) ed esterni (il cosiddetto Controllo Sociale) neutralizzano tali impulsi, fornendo un sostituto, magari mascherato e dislocato in altri comportamenti “moderati”, pensieri, fantasie, sogni e quindi anche nella produzione artistica (sia linguistica, che visuale, uditiva ecc.) Se questa neutralizzazione fallisce le conseguenze psicopatologiche hanno la prevalenza.

Ora questo modello è preso a prestito, metaforicamente, da quello dei sistemi valvolari che bloccano, modificano o permettono un rilascio completo di “energie”. Per ora non mi sembra che esistano modelli più utili e funzionali di questo.

Ma esiste un’ulteriore sviluppo che va aldilà dell’ipotesi della soddisfazione repressa e quindi repressa o trasformata in forme “più moderate” (magari simboliche, metaforiche ecc.). Cioè, se parliamo, dell’espressione poetica (ma possiamo estendere il modello dovunque), dalla funzione originaria repressiva/trasformativa di impulsi, si è sviluppata, sia per motivi interni che per determinanti esterne, un’autonomia funzionale della produzione ed anche della la fruizione della suddetta espressione poetica.

Cioè fatta salva la fonte, pulsionale, di base, sempre di più la poetica costruisce i propri itinerari, le proprie dislocazioni, le proprie innovazioni. E questo avviene costruendo schemi innovativi. A proposito dei quali il gruppo di riferimento poetico detta le proprie regole (sempre con l’apporto, difficile da verificare, delle determinanti circostanziali e sociali).

Vediamo tale autonomia svilupparsi soprattutto attorno alla parola, che appare come un fulcro di una catena associativa, più o meno consapevole in un’area nella quale il termine linguistico diventa un concetto emozionale e conoscitivo. Quando Freud aveva scoperto ed indicato come modalità terapeutica l’associazione di parole del paziente e quindi un itinerario verbale che si espandeva aldilà delle regole sociali del linguaggio, probabilmente si riferiva a questo processo. Non lo ha però approfondito, essendo impegnato altrove alla costruzione delle componenti e attività di tutto il sistema psichico.

Applicando questo modello, possiamo comprendere il ruolo polisemico della parola e quindi la ambiguità di quest’ultima. Ambiguità non solo presente nell’atto della produzione ma sollecitata nella fruizione, cioè da parte del lettore. Ora è interessante prendere in considerazione se la fruizione del range dei significati  e sollecitazioni del prodotto poetico, collimi con quelli del poeta. Può darsi che questo avvenga, ma forse attorno a termini di uso più collettivo, sociale che però sembrano carenti di profondità significative. Cioè il poeta, tramite quella inconsapevolezza che chiamiamo intuizione, creatività ecc. “pesca” nel proprio sistema mnemonico linguistico e seleziona quei termini, che per lui, soggettivamente, abbiano la funzione gratificatoria (per me, invece, seguendo Brenner(1) di compromessi tra impulsi e difese). E attorno ad essi costruisce la frase poetica. Ma per il lettore le associazioni possono essere diverse e cioè una parola può condurre verso altri termini e soprattutto circostanze (“scenari”) relativi alla propria esperienza personale (reale o immaginata). Per questo motivo il vissuto del lettore può non essere univoco, ma differenziato e non prevedibile, data la specificità esperienziale di ognuno. Esempio banale: il verso dantesco “Amor che a nullo amato…”, può richiamare in chi lo produce (in questo caso Dante) un legame con un proprio scenario amoroso. Per me o altri riconduce ad una diversa esperienza, sempre amorosa o simile, reale o fantasticata. Non possiamo considerare analoghi i due processi attorno al concetto comune di “amore”, poiché la mia esperienza amorosa, pur analoga(forse) a quella dantesca è “solo” mia e si collega immediatamente ad altri scenari della mia storia.

Da qui la difficoltà del comprendere quale sia l’accettazione di una poesia da parte di un lettore e, quindi, il ripiegamento sulla esclusiva propria valutazione, da parte del poeta.

Il poeta si giustifica affermando che la propria produzione è un modo per esprimere dei propri contenuti. Ma sembra ignorare che è anche un atto comunicativo indirizzato ad altri, reali o virtuali.

 E’ quello che avviene nella situazione clinica dove la reazione dell’analista il suo “controtrasfert”, sempre basato sulle proprie esperienze psichiche personali, può distorcere il significato della comunicazione del paziente.

 

(1)C.Brenner-The mind in conflict,1982-tra.it.La mente in conflitto, Martinelli ed.1985

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