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sabato 17 luglio 2021

    LE TRAPPOLE METAFISICHE NELLE REVISIONI PSICOANALITICHE E PSICOLOGICHE

        

Assumere un atteggiamento critico nei riguardi di altre impostazioni teoriche e, quel che conta,  nella prassi clinica, può sedurre la nostra potenziale vocazione inquisitoriale. Accusare e condannare rappresentano uno degli sport preferiti dell'animo umano. Ma è necessario, io penso, correre questo rischio, davanti all'insinuarsi strisciante di revisioni teoriche che partendo da serrate critiche realistiche alla dogmatica psicoanalitica, tendono a portare avanti ,in modo più o meno dissimulato. un concetto di spiritualità. Cioè la psichicità come sinonimo di spiritualità. Poi dalla spiritualità alla religiosità il passo è breve, con tutte le conseguenze che ne seguono. Ora, anche se Freud, in nome di un positivismo scientifico, aveva scacciato Jung, lui stesso, ogni tanto costruiva ipotesi mitiche che tendevano ad una trascendenza senza controllo. Basti pensare al mito delle pulsioni, che basate sulle reali esperienze di piacere, dolore, aggressività, depressione della vita di ogni giorno, diventavano, invece, entità misteriose e fondanti, proprio per la loro indeterminatezza, qualsiasi visione del mondo. E anche l'insistere freudiano sulle ereditarietà filogenetiche, tipo le famose scene capitali, non solo pone dei problemi insolubili, allo stato dei fatti, a qualsiasi esperto dell'ereditarietà, cioè del DNA, ma anche qui libera la fantasia sul destino esistenziale umano in una visione epica e promoteica. Ma queste sfilacciature del pensiero psicoanalitico le ritroviamo dovunque , anche chi si è dichiarato esplicitamente materialista e scientista. Prendiamo per esempio il pensiero kleiniano e dei suoi seguaci( tipo Bion). Alla più o meno accurata descrizione dei comportamenti protoinfantli, cioè dei primi mesi di vita del bambino, si è associata subito la presenza attiva di meccanismi di identificazione/proiezione che permettono al neonato di avere già un assetto psichico che possiamo definire "adulto". Mi sembra evidente che qui le massicce proiezioni adulte degli autori hanno portato a definire una dogmatica dello sviluppo infantile che a volte, qualcuno, ha addirittura esteso al feto. E un'altra evoluzione ne è scaturita, sempre sulle basi di proiezioni adulte di chi vi aderisce concettualmente , e cioè l'assoluta preminenza dello scambio affettivo madre-bambino. Nessuno, ovviamente nega che la maggior parte delle mamme ami il proprio bambino e che questi riconosca tale affetto e possa soffrire quando questo viene a mancare. Ma da qui a condizionare totalmente tutto lo sviluppo futuro, nelle varie fasi della vita, diventa una reificazione dell'"amore della mamma", pronto per essere lanciato nel panorama extra-terrestre della metafisica. Freud, nella costruzione dell'Edipo, aveva cercato di sistemare, in una età più tarda, quando già il ricordo e l'acquisizione della parola ,aveva reso possibile una verifica reale delle idee e dei sentimenti del bambino, il problema dell'affacciarsi ,purtroppo anche conflittuale, al problema dell'affetto per i genitori, all'ansia del possesso, alla gelosia, alla depressione per ciò che non può essere nostro e, inoltre, problema fondamentale anche per i risvolti sociologici, della diversità di genere. Che poi Freud, per le sue manie sessuologiche, abbia attribuito alla presenza/assenza/castrazione del pene, un condizionamento totalizzante sullo sviluppo caratteriale normale e patologico, è un problema che riguarda la dinamica psichica di Freud stesso. Con l'Edipo, Freud pone il problema della relazionalità umana, non a due, come nel pensiero kleiniano e simili, ma a tre o, addirittura con l'aggiunta di altri non indifferenti (fratelli, sorelle, veri o immaginati). Ma questo aspetto e cioè del rapporto con l'altro, diventa la base di un'ulteriore deviazione critica e cioè in quella che possiamo definire "psicoanalisi relazionale", Qui si tende a negare la validità dei vari assunti freudiani, per concentrarsi su cosa avviene nel rapporto, reale o immaginario, con altre persone, sia nell'ambito della vita quotidiana sia in quella del trattamento clinico. Malignamente si potrebbe dire che ci troviamo davanti a costrutti che di psicoanalitico hanno ormai poco da spartire: l'onestà di chi la pratica dovrebbe condurre a non fregiarsi del "titolo" di psicoanalista. Ma spesso non possono fare a meno di abbandonare l'etichetta "psicoanalisi" dato l'enorme valore comunicativo che ha ancora. Un po' come il  brand name "Coca Cola". L'approccio relazionale la possiamo considerare una deviazione "al ribasso". Pragmatica, dedotta dalle impasse così frequenti negli interventi clinici. Tutto sommato è meglio cercare di discutere, in seduta, per quali motivi reali ho litigato con mia cognata, o cugina ecc., invece di approfondire, insieme, a quali altri agganci sempre più complessi, quanto dichiarato nella seduta stessa. Qui la fuga metafisica è ideologicamente diretta verso un relativismo di tutti i giorni, evidentemente fenomenologico, che non si permetta fantasiose costruzioni. Tanto vale chiamarlo cognitivismo. Ma il cognitivismo, nato come reazione alla psicoanalisi, nella sua forma primitiva, come comportamentismo, rivendica , per lo meno, un suo proprio assetto epistemologico. Non si appropria del termine "psicoanalisi". Se il  relazionismo ci porta ad una visione evidentemente esistenziale, al ribasso, con Lacan il salto ,data l'influenza sartriana , porta verso un'epicità esistenziale. La posizione di Lacan va vista anche nell'ambito sociologico dello sciovinismo francese. Una Francia, che ha avuto il Re Sole, la Rivoluzione, Napoleone, che nell'800 era la culla culturale del mondo, si ritrova, dopo pochi giorni nei quali i panzer tedeschi hanno fatto a pezzi la sua "grandeur"  a riprendere a vivere solo grazie a due popoli barbaroidi come Americani e Russi, Lacan diventa così la copia psicoanalitica del generale De Gaulle. Tutta la sua polemica è contro la psicoanalisi americana, utilizzando Freud come più gli piace. E soprattutto criticando l'immaginaire, in nome di una reificazione dell'Altro che si staglia in un indeterminato orizzonte epico-esistenziale ( che definirei essenzialmente depressivo )

giovedì 6 agosto 2020

L’ASSOLUTEZZA IDEOLOGICA TRA CONFLITTI SUBCULTURALI E RESISTENZE PSICHICHE Quelle che chiamiamo, quasi con orgoglio, nostre convinzioni, devono essere considerate anche ( forse totalmente) nell’ambito di una riflessione sulle Ideologie. Con però un’aggiunta che è data dal carattere di assolutezza ( cioè di dogmatismo) che contraddistingue sia la subcultura alla quale facciamo riferimento sia la sua funzionalità psichica, essenzialmente di carattere difensivo. In altri termini: una visione idealistica della “libertà dello spirito” che, non a caso incontra i reperti sempre presenti delle folk psychologies , cioè le psicologie popolari, produce un senso di completezza e di legittimazione delle nostre idee che spesso è duro a morire, anche davanti a evidenti smentite della realtà. Questa pertinacia nel restare attaccati alle proprie idee, alla quale viene tributato un riconoscimento valoriale assoluto e quindi, anche una giustificazione assolutoria, permette ai soggetti di avere una patrimonio, magari anche scarso di argomentazioni, che può diventare un salvagente psicologico nei riguardi delle traversie reali e delle depressioni esistenziali. Le religioni, le ideologie politiche, l’accettazione anche di fatti e/o oggetti incredibili ecc., rappresentano il tessuto alimentatore e supportivo per permettere una sopravivenza psicologica, sia pure precaria, in una realtà sia fisica che sociale, spesso non certo clemente. Ma dobbiamo considerare il ruolo delle ideologie non tanto nella loro struttura argomentativa e valoriale (il che sarebbe una nuova forma di idealismo, quindi di metafisica), quanto per il loro posizionamento nella vita di ognuno. In altri termini il raccordo che c’è tra i gruppi sociali (le subculture) e l’impianto psichico individuale va considerato tenendo conto di una variabilità complessa nel posizionamento delle ideologie (o sistemi di valori) che hanno una propria funzionalità. Sottolineando la supremazia delle causalità sociologiche nella costruzione e condivisione delle ideologie, suscitiamo non solo un grande scandalo di chi pensa alla straordinaria autonoma creatività delle nostre idee, ma anche presso quei nostri colleghi, psicoanalisti e psicologi, che affermano che dobbiamo identificare solo gli elementi strutturali della dinamica psichica individuale (che poi la si definisce “relazionale”, per annacquarla socialmente). E’ un po’come dire che l’ideologia nazista (con le sue terribili conseguenze) fosse il frutto della mente malata di uno psicopatico,Hitler. Se avesse trovato, prima, un bravo psicoanalista, ci saremmo risparmiati 50 milioni di morti… Questo atteggiamento non solo può essere discusso a livello teorico, ma entra anche pesantemente sia nelle psicoterapie che nell’interpretazione dei comportamenti collettivi. Prendiamo per esempio i discorsi che si fanno sui giovani, le loro ‘sregolatezze’, la mancanza di ‘ideali’, la voglia di non far niente ecc..Questo è un esempio di come l’ideologia relativa ai gruppi sociali che hanno effettiva supremazia strutturale, tende a emarginare un altro segmento sociale. Il segmento giovanile dovrebbe accettare la supremazia (cioè il Controllo Sociale) degli altri gruppi con ruoli di potere ad essi connessi e con il mantenimento presso di sé del possesso di risorse. Questo è quello che avveniva fino agli anni ’60 , finché le esigenze di un capitalismo che si spostava dallo sfruttamento dei lavoratori a quello dei consumatori dovevano dare via libera ad un più ampio range di libertà. Sia quelle giovanili che quelle di altri generazioni (dalla culla alla tomba!). Paradossalmente le esigenze di mercato sono la migliore garanzia per la democrazia e la libertà ( il crollo dei sistemi comunisti ne è la migliore prova). Caso mai ci sono altri problemi: per esempio quello dell’uguaglianza. Ma i veri ulteriori aspetti delle ideologie che vanno presi in considerazione sono l’assolutezza dei sistemi di valori e di norme. In altri termini chi entra in un dato universo valoriale, non ne può uscire e non tanto perché siano logici nelle proprie argomentazioni (che spesso sono surreali o fortemente selettivi nell’utilizzazione dei dati di realtà: si pensi alle religioni, ai sistemi apertamente o nascostamente totalitari ecc.), bensì perché non sono ammesse vie di fuga. Che variamente tali occlusioni siano costituite da roghi di eretici e streghe, plotoni d’esecuzione, negazione di risorse o rimprovero sociale dipende dal contorno storico-sociale. Le persone non si accorgono di essere all’interno di un tessuto di norme che blocca qualsiasi fuga. Tale tessuto di norme è raccordabile ai gruppi sociali di appartenenza e quindi è rafforzato dalle esigenze economiche essenziali. E’ interessante osservare come l’assolutezza dogmatica ideologica agisca, oltre che a livello emozionale (nella dialettica amore-odio) anche in quello cognitivo-percettivo e mnestico, sia accettando quegli elementi che sul piano argomentativo e realistico siano coerenti con le gerarchie valoriali ideologiche, sia scartando gli altri elementi della stessa natura che entrano in conflitto con i valori presenti nella stessa ideologia. Il ‘credo quia absurdum’ di Tertulliano,come altre proposizioni di questo tipo, nel corso storico, ne sono un esempio,spesso con conseguenze tragiche. Ora considerando specificatamente il trattamento psicoterapeutico vediamo emergere tale interferenza. E questo non solo nel paziente ma anche nel terapeuta. Il tentativo, tipico nella prassi psicoanalitica più ortodossa, di interpretare qualsiasi ricorso ad un sistema valoriale i contenuti del paziente come espressione transferale di un passato, infantile, mai domato nella sua ricerca di resistenze e affetti, è stato il valoroso tentativo di liberarsi dall’incombenza dei valori sociali sul soggetto. Ma è un tentativo destinato al fallimento (e chi si interroga sulla lunghezza, senza esito, di certi trattamenti, dovrebbe chiederselo). Cioè è più difficile far ragionare il paziente sui condizionamenti silenziosi ma potenti che i valori dell’ideologia della sua cultura di appartenenza esercitano che sui suoi contenuti soggettivi’ anche quelli con un minor grado di consapevolezza. E’ sintomatico il fatto che qualsiasi persona non solo assolutizzi i propri valori di riferimento ma che, soprattutto, non li prenda neppure in considerazione come struttura ingabbiante, che non permette vie di fuga. O meglio permette vie di fuga che non possono essere più considerate pericolose per l’apparato ideologico imperante e che quindi siano ormai integrate ,magari sempre con un posizionamento abbastanza periferico (la sorveglianza non deve mai mancare…). E’ quello che V.Turner definisce limenin, cioè subculture che hanno raggiunto un certo grado di integrazione. Un esempio tipico è quello dato da certe subculture quali quelle femministe o quelle gay, che sono passate da un rifiuto assoluto (e spesso anche drammatico) ad una situazione di coesistenza più o meno sopportata. Ma, come ho già detto,questo è l’effetto della dominanza di un sistema finanziario-consumistico che necessita di presupposti democratici e libertari per potersi espandere e intensificarsi. Ovviamente l’armonia sociale non è così scontata in quanto altri gruppi (i giovani per esempio, già citati)premono per impossessarsi di risorse e privilegi e quindi tendono a formare subculture, addirittura alternative ( cosidette limenoid per V.Turner e la Scuola antropologica di Manchester). Altri gruppi tendono a districarsi dalle posizioni di subordine sociale, cementando la propria solidarietà interna attraverso una ideologia specifica separata( l’esempio più classico è quello dato dai gruppi immigrati islamici,orientali o sud-americani). Freud, ad onta della sua ignoranza sociologica (tipica della classe medica), aveva individuato con grande raffinatezza il raccordo tra ideologia sociale e psichicità soggettiva, nella formulazione del concetto di Super-Io. L’introiezione della normatività del gruppo di appartenenza, nell’accumularsi storico dell’esistenza, diventava lo strumento di raccordo tra soggetto e il suddetto segmento collettivo. Purtroppo Freud limitava tale introiezione alla fase infantile e non poteva fare altro per mantenere quella supremazia di una soggettività che determinata una volta per tutte nel bambino, in pratica sarebbe restata immutata (salvo gli interventi analitici) in tutta la vita. Questa visione che tutti i giochi siano fatti in un breve periodo precoce, veniva esasperato anche cronologicamente dalla Melanie Klein e dai suoi epigoni, come Bion, Winnicott ecc.. Freud aveva delegato al padre tale funzionalità ideologica, la Klein la delega alla madre tramite il ricorso all’affetto ( anche per liberarsi del carico imbarazzante del pansessualismo freudiano). Lacan, nelle sue simpatiche giravolte recupera il padre ma per sistemarlo in un contesto esistenziale definitivo (cioè metafisico). La psicoanalisi americana, tramite l’introduzione del concetto di Sé e quindi legato essenzialmente alla autostima e alla disistima , cerca il raccordo, sempre però ambiguo, con il pensiero sociologico americano allora imperante negli USA. Solo un segmento deviante quello degli analisti ‘culturalisti’ (mi riferisco soprattutto alla Karen Horney, Erich Fromm,Erik Erikson e altri) tentano, con poca fortuna, di costruire ipotesi e prassi che colleghino Psicoanalisi e Sociologia antropologica culturale. Ma questo è tutto un altro discorso, nel quale vanno inseriti anche gli scarsi collegamenti con l’Europa, dove, fatta eccezione per il gruppo tedesco della Scuola di Francoforte, la supremazia ideologica del pensiero marxista, in Italia rappresentato dall’Antipsichiatria di Basaglia o quella Esistenziale di Laing, rappresentava un ostacolo ‘duro’ a qualsiasi possibilità di scambio. Per ora mi interessa prendere in considerazione un aspetto particolare che riguarda il trattamento psicoanalitico e, ovviamente, la sua estensione generale. Riguarda il fatto che il paziente attuale standard (tra i 20 e i 70 anni, approssimativamente) appartiene ad un segmento sociale che si diversifica dai relativi genitori e nonni (e altri famigliari a loro coetanei), data la impetuosa dinamica sociologica di cambiamento degli ultimi 50 anni. Prendendo in considerazione specificatamente l’Italia (ma probabilmente estensibile agli Paesi occidentali), gli ‘antenati’ prossimi provenivano per lo più dal mondo contadino, e da quello artigiano, con una presenza anche importante nei medi-grandi centri urbani, di appartenenti alla classe operaia. La presenza di appartenenti al ceto medio era ovviamente limitata in quanto le professioni impiegatizie erano limitate e concentrate nei suddetti centri. Quindi, anche se soprattutto i più giovani tendono a scostarsi violentemente dai vecchi valori, c’è da chiedersi fino a che punto i residui ideologici di tali generazioni, non siano presenti tacitamente e costituiscano un ulteriore freno alla trasformazione culturale dei soggetti, colludendo con le difese caratteriali di ognuno. Dobbiamo tenere conto che soprattutto il mondo contadino è, per motivi ovviamente sociologici, rimasto legato ad ideologie conservatrici nelle quali il cosiddetto ‘familismo’ rappresentava lo strumento fondamentale per il mantenimento di una solidarietà sociale. Ora il familismo è per se stesso chiuso e rifiutante non solo l’intrusione di soggetti esterni (se non attraverso i riti di passaggio quali i matrimoni esogamici) ma offre una notevole resistenza alla trasformazione delle proprie norme e valori. La raffigurazione del ‘povero ragazzo contadino’ che va nella grande città e si sente frastornato e incapace di agire, fa parte di molta letteratura dell’800 (basti citare la descrizione che Manzoni fa dello stato d’animo di Renzo, al suo arrivo a Milano). Una delle caratteristiche della chiusura ideologica delle piccole comunità è rappresentata dalla bassa tolleranza nei riguardi della critica altrui , in quanto mette in discussione l’appartenenza del soggetto al gruppo stesso. Vi è quindi una ‘paranoia’ latente che può attivare poi altri processi. Non è che la persecutorietà sociale non sia presente nelle comunità più ‘moderne’, ma in queste le possibilità di compensazione o di evitamento, sono più ampie. Il quesito che quindi si pone è fino a che punto nell’attuale classe media, che sembra ormai anche quantitativamente egemone (anche perché e’ in atto una nuova riclassificazione di segmenti operai più avanzati in questa classe),i residui valoriali del mondo contadino, nella loro chiusura, siano presenti ed attivi, in quanto funzionali alla specifica solidarietà sociale. Può essere interessante considerare, per esempio, la contrapposizione con gli immigrati propria di segmenti sociali che per la posizione economica svantaggiata dovrebbero invece sentire una solidarietà psicologica, basata sui meccanismi di identificazione. Il concetto di ‘guerra tra i poveri’ rappresenta un tag appropriato. Se gli elementi funzionali di una gruppalità chiusa attorno a questi aspetti ideologici sono presenti ed attivi anche nei pazienti, la loro individuazione e neutralizzazione diventa particolarmente difficile per l’analista e frenano la costruttività di qualcosa di nuovo. Tale difficoltà deriva sia dalla suddetta impermeabilità ideologica alle aperture e cambiamenti sia alla collusione di tale impermeabilità con assetti caratteriali soprattutto indirizzati, persecutoriamente, al mantenimento di una staticità difensiva. Per esempio, se consideriamo la situazione italiana, la persistenza di aspetti ideologici tipici della mentalità contadina basati sulla dipendenza dalla considerazione degli altri (il cosiddetto ‘senso dell’onore, della rispettabilità ecc.’) si fonde nei soggetti con le nuove vulnerabilità che la società moderna presuppone nella domanda ossessiva della competitività. Molti atti di violenza, soprattutto, per esempio, quelli maschili nei riguardi delle donne , vanno anche contemplati come reazioni per il ripristino del proprio ‘posto’ nell’assetto ideologico, quando tale ‘posto’ viene percepito come messo in pericolo. Quindi, se vogliamo cercare di neutralizzare nei pazienti la spirale persecutoria quotidiana, dobbiamo avanzare in una metodologia che non si limiti solo alla struttura caratteriale dei soggetti ma affronti il problema della staticità ideologica nella quale sono rinchiusi. Non è un compito facile, ma non può essere ignorato con disinvoltura dagli psicoterapeuti. E per quanto riguarda i non pazienti? Su questi non so cosa dire come soluzioni, se non vogliamo cadere in affermazioni di principio che rivelano, a propria volta il proprio assunto idelogico.

domenica 16 giugno 2019

IL PING PONG DELLA SEDUTA


Molto tempo fa, presentando in una supervisione in gruppo, la narrazione di una seduta nella quale c’era una botta e risposta continua tra me e il paziente, il supervisore (un’analista importante della Società), mi disse che io ero entrato in un gioco ripetitivo tipo ping pong nel quale, se non riuscivo a sottrarmi, il trattamento sarebbe stato condannato ad un’impasse eterna. Poi questo commento scatenò le critiche al mio riguardo degli altri, giovani come me, partecipanti (le supervisioni di gruppo sono spesso un gioco al massacro,a scapito del malcapitato protagonista). Dovetti riconoscere che stavo facendo uno sbaglio e probabilmente, non mi ricordo più, nelle sedute seguenti, forzai il discorso con il paziente, cercando di interpretare come” negativa” ( difensiva) questa procedura che si era instaurata tra noi.
Ma nel tempo mi è venuto qualche dubbio. Forse avrei dovuto riflettere (ma quando si è alle prime armi questa è una qualità rara), che quello del ping pong era forse ,in quel momento, l’unica possibilità che il decorso del trattamento poteva permettere. Cioè è come dire che esiste una specificità del momento-seduta (definiamolo così) nel quale viene adottato un’unica modalità, magari ripetitiva, che permette un proseguimento del trattamento. Il cercare di interrompere tale modalità, sposta la situazione in un altro scenario e bisogna prendere altre strade. In altre parole, sto rivolgendo l’attenzione dal contenuto alla forma di un procedimento. Un inquisitore psicoanalitico (lo siamo stati un po’ tutti), mi accuserebbe di eresia : abbandonare la “bellezza” di inseguire i contenuti, magari simbolici e metaforici, per osservare come si svolge l’itinerario nel quale sono inseriti questi contenuti, può far pensare ad un approccio che richiama certi principi (anche qui mal esplicati e tanto meno applicati) del cognitivismo e cioè che noi,aldilà di quell’enorme patrimonio di contenuti mnestici più o,soprattutto meno,consapevolizzati, siamo all’interno, nella psichicità, di strutture procedurali che richiamano (anche questa può essere un’eresia) la fitta rete di connessioni neurologiche.
Forse non è più i contenuti che dobbiamo inseguire, bensì le modalità con le quali si presentano, negli interventi del paziente e nelle risposte dell’analista. E questo può anche uscire dalla seduta ed essere presente nella relazionalità reale o fantasticata con altri.