Translate

mercoledì 23 febbraio 2022

 

POESIA: L’IMMAGINE VISIVA EVOCATA DALLA PAROLA

Negli anni 70 (1), uno psicologo cognitivista , Paivio, costruì ,suffragata da una serie di esperimenti , l’ipotesi che anche quando usiamo un comportamento verbale ,  si crei un’immagine visiva parallela. E’ la teoria del Dual Code. Tale immagine, generalmente, è però in subordine di consapevolezza rispetto a quella verbale, Ovviamente questa modalità evita una confusione, una sovrapposizione dei risultati dei due codici.

E’ probabile che per altri esseri animati, non dotati di verbalizzazione significativa, si formino, in modo importante, anche altre percezioni oltre quelle visive, per esempio uditive, olfattive.

Quindi, considerando questa ipotesi possiamo chiederci come anche in una verbalizzazione specifica, quale la poesia, nella lettura o nella recitazione, si formino delle immagini dentro di noi.

E’ quello che in genere è considerata la “rievocazione” prodotta da un verso o da una parola. Ovviamente comune a tutti i campi verbali, ma che acquista un particolare importanza nella poetica, poiché non sembra disgiunta da un apporto emozionale, positivo o negativo, tale da sviluppare spesso anche il giudizio critico.

In altre parole, un prodotto poetico può suscitarmi non solo emozioni in se stesse (diciamo emozioni allo stato “puro”) o associazioni con altre verbalizzazioni ma anche immagini visive che, a propria volta, possono essere stimolatrici di emozioni.

E’ interessante cercare di analizzare anche quale sia la posizione del soggetto nello scenario evocato: di semplice spettatore o di partecipante, attivo o passivo?

 Chi non accetta che le emozioni siano il fulcro dell’agire umano, può considerare  la tesi che le immagini diventino un potente supporto alla funzione  comunicativa concettuale della verbalizzazione.

Ma qui vorrei considerare come, in ogni caso, lo status delle immagini che emergono, per la teoria del Dual Code, durante la verbalizzazione, si aggiunge alla problematica molto vasta che investe uno degli aspetti più importanti non solo della psicologia in generale ma, ma soprattutto della psicoanalisi. Quello delle rappresentazioni o scenari, costruiti mentalmente con un’estremizzazione speculativa relativa alle ipotesi di rappresentazioni “inconsce”.

Cioè noi saremmo soprattutto un luogo di scenari, creati, modificati, repressi.

Questi scenari che utilizzano materiale mnestico derivato dalle nostre esperienze (lasciamo per ora altre concezioni che possono sfociare in visioni di base metafisiche), vengono costruiti al momento dalla stimolazione interna o esterna, oppure sono già presenti in noi, nel serbatoio della memoria e vengono richiamati al momento?  Abbiamo due esempi specifici. Uno riguarda sogni e deliri, l’altro le fantasie, create specificatamente o emergenti.

Nei sogni l’assemblaggio contingente di immagini diverse è evidente. Dando luogo a situazioni surreali che però data la persistenza della nostra sensazione identitaria “normale”( uno dei fenomeni meno spiegabili), appaiono al momento reali e non contraddittori.

Nelle fantasie la narratività logica sembra che sia un requisito irrinunciabile, anche se abbiamo un’area di confine nella quale l’immaginazione può scivolare verso l’indeterminatezza (le filosofie orientali ci giocano molto al riguardo).

Ma se la parola, in questo caso poetica, stimola non solo emozioni dirette ma anche scenari, a propria volta scenari autonomi o percezioni stimolano la verbalità, soprattutto poetica.

Cioè c’è uno scambio cosiddetto di reciprocità causa-effetto.

Considerando ora il problema delle rappresentazioni inconsce, qui la riflessione si aggroviglia anche dalla non chiara e verificabile concezione dell’inconscio.

In ogni caso l’affermazione freudiana che scenari inconsci, basati su esperienze infantili, continuino, nella spinta verso la consapevolezza, a trasformarsi in altre immagini, in parole, in sintomi, è molto seduttiva. Quindi, specificatamente per la poetica, questa sarebbe il prodotto, ovviamente raffinato di una trasformazione di rappresentazioni infantili represse. Che poi Freud, intimorito dalla attrazione che gli archetipi junghiani, così gratificanti per le esigenze metafisiche e spiritualistiche, potessero avere la meglio, abbia introdotto anche le cosiddette rappresentazioni originarie (2), ereditate filogeneticamente, è un altro problema, del tutto controverso.

Ora, tornando alle rappresentazioni inconsce, è evidente come questa concezione sia seduttiva, derivata dai prodromi del pensiero romantico ( vedi Schelling) e ha il vantaggio, come tanti postulati, di essere alla base della spiegazione di eventi psichici, senza doversi chiedere veramente in cosa consiste, da cosa deriva, come funziona. Quindi, nel caso della produzione poetica, non c’è nulla di più facile che affermare che l’ispirazione deriva da fantasie inconsce. E la cosa finisce lì.

Personalmente non nego la possibile esistenza di fantasie inconsce, ma mi sembra che con troppa disinvoltura non si è, per esempio, indagato se esista un aspetto di costruzione delle immagini evocate, al momento dell’evocazione stessa e non un ricorso a rappresentazioni  già definite e sedimentati nel tempo. Cioè è l’introduzione di uno schema dinamico  che pur utilizzando i dati mnestici esperenziali ,crei qualcosa di nuovo.

Questo eventuale processo, comune a tutto il sistema psichico, diventa particolarmente significativo , a mio avviso, nella produzione poetica sia come antefatto causale che come risultato immaginativo.

Ma, come ho già sottolineato in un intervento precedente, tale processo di costruzione è specifico nella produzione ma si diversifica nella fruizione. Cioè io lettore di una lirica, evoco scenari diversi, perché “miei” rispetto a quelli dai quali il poeta era partito.

Eventualmente il problema, non da poco e che è anche alla base della valutazione critica di una poesia, è quali dei suoi componenti siano riusciti ad evocare scenari densi di emozionalità. Sempre che si voglia considerare il prodotto poetico come una fonte potente nel campo degli affetti, positivi e negativi, e non un atto comunicativo ed informativo.

(1) A.Paivio- Mind and its evolution:a dual coding …-Psychology Press-2007-2013

(2) Per un’analisi specifica del concetto di  rappresentazioni inconsce originarie (o Fantasmi) vedi :J.Laplanche, J.B. Pontalis “Fantasma originario, Fantasmi delle origini, Origini del Fantasma” ed.it. Il Mulino 1988

 

 

 

 

 

 

 

martedì 22 febbraio 2022

POETICA:IL REGNO DELLE PAROLE AMBIGUE( E FOLLI)

 La produzione di parole e  frasi comuni ai nostri dialoghi, verbali o scritti, si può modificare in due direzioni. L’una, psicopatologica, tipica della produzione “senza senso”(però, invece, un vero senso ce l’hanno) nei gravi disturbi deliranti. Aggravata magari dell’ecolalia, cioè la ripetizione di parole altrui in modo quasi automatico. L’altra nella composizione cosciente di un impianto verbale in particolari produzioni che sfociano, in genere, nella poesia.

Ma, anche a costo di apparire irriverenti, tra queste due modalità c’è un legame: cioè vengono man mano annullate delle inibizioni linguistiche, sia semantiche che sintattiche (e qualche volta anche semplicemente grammaticali) che dirigono il discorso secondo itinerari ben prefissati. La rigidità di questi itinerari ha lo scopo di permettere una comunicazione reciproca con acquisizioni, univoche, di significato. Per questo, le collettività hanno imposto delle regole (magari rafforzate nell’azione didattica), altrimenti si teme il caos. Ma può anche darsi che questi selettori rigidi, possano, appunto essere modificati e addirittura neutralizzati proprie nelle due situazioni predette: quella psicopatologica e quella, essenzialmente poetica.

Detto un po’ brutalmente: la poesia è simile alla lingua dei “matti” con però dei correttori che la costringono a venire a patti con la comunicazione cosiddetta ‘normale’. In questa situazione il poeta deve fare un doppio compromesso e cioè ottemperare ad un minimo di adeguamento al discorso usuale e, nello stesso tempo, rispettare le potenti spinte interne che spingono verso una produzione che può sembrare caotica ma che rivendica la necessità di una radicale innovazione nel dominio verbale. La motivazione o causa di questa spinta, secondo Freud riguardava la gratificazione dell’Eros, per me, che sono più pessimista, riguarda la messa in atto di meccanismi difensivi che devono andare aldilà del dialogo usuale, data la deficienza dello stesso a tenere a bada ansie, depressioni e tendenze abbandoniche.   Lo rileviamo anche nell’acquisizione infantile del linguaggio: mentre il bambino impara soprattutto il nome degli oggetti, delle cose, se ne impossessa ripetendoli, e aldilà delle funzionalità, spesso canterellandole, li sistema in un ambito particolare che non è quello comunicativo. Il che avverrà più tardi.

Inoltre nella storia delle magie e delle superstizioni, nonché delle cerimonie, soprattutto religiose, vi è una ripetizione che man mano perde il proprio significato, di preghiere e locuzioni simili.

Quindi possiamo fare l’ipotesi, che la produzione poetica sia assimilabile con quella psicopatologica, nonché quelle rituale. Il che, ovviamente non può piacere ai poeti.

A meno che..A meno che non si veda il tutto con un’altra prospettiva è cioè che la rottura dei legami normativi del linguaggio comune sia, da un lato un atto ribellivo (la  “ribellione”è sempre un concetto che ha una potente attrazione seduttiva)contro le costrizioni ma dall’altro lato sia uno strumento ben più efficace di raggiungimento di “verità” nascoste, nelle quali l’aspetto formale e quello di contenuto, sono orientati dalla esigenza emozionale. E questo non vale solo per i linguaggi, poetici, psicopatologici, infantili, rituali, ma anche per altre forme culturali quali quelle figurative, musicali e forse, qua e là anche usuali (basti pensare ai sogni, alle fantasie).

In altri termini il deficit comunicativo emozionale e conoscitivo dei linguaggi comuni e specificatamente di quelli in prosa, costringe, sotto la spinta di pressioni interne molto più forti di quanto possa essere percepito consapevolmente, a trovare nuove vie di uscita. L’optimum sarebbe quello di riuscire a trasformare in comportamenti effettivi tali spinte, Ma freni interni (il cosiddetto Superio) ed esterni (il cosiddetto Controllo Sociale) neutralizzano tali impulsi, fornendo un sostituto, magari mascherato e dislocato in altri comportamenti “moderati”, pensieri, fantasie, sogni e quindi anche nella produzione artistica (sia linguistica, che visuale, uditiva ecc.) Se questa neutralizzazione fallisce le conseguenze psicopatologiche hanno la prevalenza.

Ora questo modello è preso a prestito, metaforicamente, da quello dei sistemi valvolari che bloccano, modificano o permettono un rilascio completo di “energie”. Per ora non mi sembra che esistano modelli più utili e funzionali di questo.

Ma esiste un’ulteriore sviluppo che va aldilà dell’ipotesi della soddisfazione repressa e quindi repressa o trasformata in forme “più moderate” (magari simboliche, metaforiche ecc.). Cioè, se parliamo, dell’espressione poetica (ma possiamo estendere il modello dovunque), dalla funzione originaria repressiva/trasformativa di impulsi, si è sviluppata, sia per motivi interni che per determinanti esterne, un’autonomia funzionale della produzione ed anche della la fruizione della suddetta espressione poetica.

Cioè fatta salva la fonte, pulsionale, di base, sempre di più la poetica costruisce i propri itinerari, le proprie dislocazioni, le proprie innovazioni. E questo avviene costruendo schemi innovativi. A proposito dei quali il gruppo di riferimento poetico detta le proprie regole (sempre con l’apporto, difficile da verificare, delle determinanti circostanziali e sociali).

Vediamo tale autonomia svilupparsi soprattutto attorno alla parola, che appare come un fulcro di una catena associativa, più o meno consapevole in un’area nella quale il termine linguistico diventa un concetto emozionale e conoscitivo. Quando Freud aveva scoperto ed indicato come modalità terapeutica l’associazione di parole del paziente e quindi un itinerario verbale che si espandeva aldilà delle regole sociali del linguaggio, probabilmente si riferiva a questo processo. Non lo ha però approfondito, essendo impegnato altrove alla costruzione delle componenti e attività di tutto il sistema psichico.

Applicando questo modello, possiamo comprendere il ruolo polisemico della parola e quindi la ambiguità di quest’ultima. Ambiguità non solo presente nell’atto della produzione ma sollecitata nella fruizione, cioè da parte del lettore. Ora è interessante prendere in considerazione se la fruizione del range dei significati  e sollecitazioni del prodotto poetico, collimi con quelli del poeta. Può darsi che questo avvenga, ma forse attorno a termini di uso più collettivo, sociale che però sembrano carenti di profondità significative. Cioè il poeta, tramite quella inconsapevolezza che chiamiamo intuizione, creatività ecc. “pesca” nel proprio sistema mnemonico linguistico e seleziona quei termini, che per lui, soggettivamente, abbiano la funzione gratificatoria (per me, invece, seguendo Brenner(1) di compromessi tra impulsi e difese). E attorno ad essi costruisce la frase poetica. Ma per il lettore le associazioni possono essere diverse e cioè una parola può condurre verso altri termini e soprattutto circostanze (“scenari”) relativi alla propria esperienza personale (reale o immaginata). Per questo motivo il vissuto del lettore può non essere univoco, ma differenziato e non prevedibile, data la specificità esperienziale di ognuno. Esempio banale: il verso dantesco “Amor che a nullo amato…”, può richiamare in chi lo produce (in questo caso Dante) un legame con un proprio scenario amoroso. Per me o altri riconduce ad una diversa esperienza, sempre amorosa o simile, reale o fantasticata. Non possiamo considerare analoghi i due processi attorno al concetto comune di “amore”, poiché la mia esperienza amorosa, pur analoga(forse) a quella dantesca è “solo” mia e si collega immediatamente ad altri scenari della mia storia.

Da qui la difficoltà del comprendere quale sia l’accettazione di una poesia da parte di un lettore e, quindi, il ripiegamento sulla esclusiva propria valutazione, da parte del poeta.

Il poeta si giustifica affermando che la propria produzione è un modo per esprimere dei propri contenuti. Ma sembra ignorare che è anche un atto comunicativo indirizzato ad altri, reali o virtuali.

 E’ quello che avviene nella situazione clinica dove la reazione dell’analista il suo “controtrasfert”, sempre basato sulle proprie esperienze psichiche personali, può distorcere il significato della comunicazione del paziente.

 

(1)C.Brenner-The mind in conflict,1982-tra.it.La mente in conflitto, Martinelli ed.1985

domenica 20 febbraio 2022

 

IPOTESI SULLA CREAZIONE POETICA

 

1)    L’AMBITO SOCIOLOGICO

 

Il tentativo di spiegare sia in termini sociologici che psicologici come viene attuato il processo di produzione poetica (come d’altra parte anche di altri prodotti artistici) suscita resistenze anche profonde. Da un lato ci sono stati i vari tentativi in questo campo che non hanno brillato per originalità , dall’altro lato vi è una difesa, anche spasmodica, di chi ritiene che la creatività poetica (o di altro), non debba essere spiegata, analizzata, disassemblata , perché cosi perderebbe quella forza e quella significatività che solo il mantenimento di un’unitarietà e globalità può dare (ovviamente il substrato ideologico spiritualista ed anche metafisico, qui fa capolino).

Ma esistono altri motivi e riguardano cioè lo scontro , sempre immanente, tra chi appartiene (sia come produttore che fruitore) al campo poetico e chi appartiene al gruppo psico-sociologico. Come appartenente a questo ultimo gruppo, non ho remore a dire che si tratti della solita lotta per un potere virtuale (e magari anche reale, quando consideriamo gli eventuali interessi economici in gioco), lotta che continuamente avviene tra tutti i gruppi di qualsiasi tipo. Questa lotta deriva da un’esigenza totalizzante predatoria o di difesa delle specifiche collettività, forse di origine genetica o simili (“Homo,homini lupus”diceva Hobbes…). Tuttavia, riconoscendo questi condizionamenti culturali, cercherò di delineare una serie di itinerari sia sociologici che psicologici, relativi alla produzione poetica (estensibili anche ad altri tipi di produzione).

Sociologicamente è necessario mettere in risalto, come qualsiasi studente sa, che esistono scuole o orientamenti specifici , storicamente determinati. Quello che forse è più difficile da accettare è che il mio prodotto poetico non solo appartiene ad una scuola od orientamento specifico, ma da quello stesso è pesantemente determinato.

Cioè :il poeta che si sente “libero” nella sua creatività, in effetti non fa che ripetere schemi che il gruppo di appartenenza, reale o virtuale, ha man mano codificato in una dinamica che pur tenendo conto degli apporti di ognuno, continua a ripetersi. Si può obiettare che anche se ci adeguiamo a dei vincoli formali, i contenuti sono diversificanti. Io posso riconoscermi nell’ ungarettiano ”Mi illumino di immenso” ,ma il mio verso “Masticando carote”(si perdoni l’irriverenza..) ha uno contenuto e quindi una comunicazione significante diversa.

Non si tiene conto anzitutto che il rispettivo compenetrarsi tra forma, contenuto e quindi significato o impatto emozionale, agisce in modo così determinante da farci sentire in grado di distinguere tra poesia e prosa (gli esempi di “prosa poetica”sono un ibrido interessante). Cioè c’è qualcosa nella poetica che sembra assente o parzialmente assente, nella narratività della prosa. Ed è proprio, penso, questa maggiore codeterminazione tra forma e contenuto. Più in avanti cercherò di chiarire questo processo.

Qui, per ora vorrei sostenere l’ipotesi che ogni poeta “copia” ed è  intriso dalle varie produzioni poetiche del suo gruppo di riferimento.

Il non adeguamento agli schemi del proprio gruppo porta ad una conseguenza: il non riconoscimento della sua appartenenza al gruppo stesso, il suo respingimento. E questo riguarda non solo le scuole e gli orientamenti specifici, ma anche l’intera collettività poetica. Vi sono migliaia (e nel mondo forse milioni) di aspiranti “poeti”, che non capiscono come il prodotto della propria creatività non sia accettato o non accettabile nella comunità poetica. Se oggi un aspirante poeta si sforzasse di utilizzare ancora metriche di altri tempi , non avrebbe diritto di esistere . D’altra parte anche in prosa, arti figurative e musica (quella seria..), non c’è spazio per la ingenua ripetitività del passato. E poi vi sono anche le determinanti di marketing dei  canali di comunicazione e contatto soprattutto editoriali. Se non  riesce ad entrarvi, non c’è spazio per l’aspirante all’ambito riconoscimento poetico (ma questo vale per altri ambiti, anche totalmente diversi).

Ricerche sulle “carriere” poetiche con l’analisi dei vari itinerari, facilitazioni e difficoltà sarebbero interessanti.

Ma resta un interrogativo importante: come mai si formano dei gruppi che esprimono e poi condizionano la produzione dei propri partecipanti. E come mai poi alcuni si modificano generando nuove collettività poetiche? L’ipotesi più comune ed anzi seduttiva (bisogna stare attenti al potere “seduttivo” delle idee…) è che nella stessa scuola o gruppo poetico alcuni singoli, per le loro capacità creative portino avanti modalità differenzianti dai dettati collettivi; diventino degli “outsiders”, dei fondatori di nuovi indirizzi. Questa ipotesi è seduttiva perché mette in primo piano la soggettività individuale, il cosiddetto “valore” del singolo. E questo singolo possiamo accettarlo come gregari, come nostro protettore, insomma, secondo la concezione dell’Edipo, come nostro genitore buono. Non solo , ma un giorno, sempre nella logica edipica, qualche figlio si ribellerà, contrapponendosi con un’altra via a quella usuale.

Se però cerchiamo di utilizzare un paradigma totalmente sociologico (alla Durkheim, per intenderci) è il gruppo in se stesso che inconsapevolmente costruisce una realtà diversa, dando vita a nuove soluzioni. E’ interessante osservare come secondo le esperienze dell’analisi clinica nei gruppi (soprattutto riconducibili alle osservazioni di Bion) si formi, nell’interrelazione tra i partecipanti, una nuova cultura, che consolida quella esistente e tende a produrre innovazioni. Un discorso analogo, mi sembra, è quello marxista, dove la classe sociale crea la propria cultura(ideologia) e si trasforma in qualcosa di nuovo, derivato sia dalla modificazione dei rapporti di produzione, sia da un’asserita presa di“ coscienza di classe”.

Ora voler ammettere, soprattutto in un campo come quello poetico, che non sono i singoli ma un’inconoscibile dinamica collettiva, non fa piacere a nessuno. Ci si scandalizza davanti ad un’affermazione per cui  le mie liriche pur influenzate da altri, da scuole, non siano un mio esclusivo prodotto creativo. Cioè si rivendica una posizione centrale del soggetto.

Questo può far capire come la sociologia sia molto meno apprezzata anche di quanto lo sia la psicologia. Infatti agli occhi dei più è considerata una disciplina limitata che rispecchia l’opera della benemerita categoria degli assistenti sociali. Non sembra, ma “ragionare” sociologicamente è più difficile, sia come strumenti che come riconoscimenti, di quanto si faccia con la psicologia.

Se si tocca la nostra convinzione di un’esclusività identitaria soggettiva, non si guadagna certo in popolarità.

 

2)L’AMBITO PSICOLOGICO

 

Consideriamo, anche se non è molto lecito separare la sociologia dalla psicologia, chiedersi qualcosa su come si determini il processo della produzione poetica.

Se noi chiediamo ad un poeta come si forma in lui quella poesia quei versi, non è che dobbiamo attenderci risposte esauriente. In genere , si afferma, sono venuti in mente, salvo poi intervenire per correggere, per modificare.

Cioè termini come Creatività, Ispirazione, Intuizione, sono il capolinea di ogni richiesta in tal senso. Tuttavia il poeta può fare riferimento a circostanze e determinanti sia esterne che interne, che hanno stimolato non solo a produrre liriche, ma anche come sfondo ideologico o scenico delle medesime.

Ora potrebbe essere utile riflettere su come esista un parallelo tra formazione del linguaggio, del pensiero, delle fantasie, degli atteggiamenti, delle emozioni e dei comportamenti con il processo poetico. Anzitutto ovviamente perché è un processo linguistico ma soprattutto per la rapidità che contraddistingue tutti questi eventi .

Cioè c’è un’immediatezza che sfugge al rallentamento del pensiero cosciente (che abbiamo detto, interviene poi per valutazione ed eventuale modifica del prodotto).

Questa immediatezza richiama la rapidità con la quale nel nostro cervello si attivano i contatti (sinapsi) tra le cellule base, i neuroni.

Allora possiamo ipotizzare che tutti questi eventi sopra descritti, siano prodotti , su stimolazione esterna o interna, facendo emergere tutti i materiali mnemonici collegati (secondo varie modalità) che abbiamo immagazzinato durante la vita. Ma se questo accadesse senza limitazioni , ci sarebbe una moltitudine di contenuti che paralizzerebbe pensieri e comportamenti.

Quindi agiscono dei filtri, dei selettori che obbligano ad una scelta univoca. Così io posso dire quella frase, avere quell’emozione, quel pensiero, quel comportamento, in modo univoco, scartando tutto il resto.

E qui allora c’è da fare la riflessione sulla poesia, sulla sua produzione rispetto a quella del linguaggio parlato o scritto.

Si può ipotizzare che la formazione di una lirica, di un verso, si basi su di un allentamento dei vincoli selettivi che costringono ad una scelta univoca. Soprattutto considerando la polisemia , possiamo constatare come ciò che viene prodotto poeticamente ha un’estensione maggiore, proprio quantitativa su quanto viene scritto o detto (autori come Joyce hanno tentato questa assimilazione). La poesia ha quindi un range di possibili scelte semantiche in continua evoluzione. Ma anch’essa deve avere dei selettori che blocchino un’invasione senza controllo di contenuti (come avviene in casi estremi di marasma psichico). E qui la componente emozionale, positiva o negativa, diventa l’ulteriore criterio di selezione.

 Si può considerare, anche,  quanto si è detto nella parte sociologica: i contenuti, i criteri, le modalità sviluppate nel gruppo poetico di riferimento, diventano i regolatori delle scelte liriche. Ovviamente questa visione tra i meccanismi psicologici e le attinenze sociologiche, non può venire accettata da chi è sedotto e vincolato dall’idealizzazione di una creatività che non può (non deve…) essere spiegata.

 

Ma c’è un’ipotesi ancora più scomoda. E se noi, i nostri pensieri, i nostri discorsi, le nostre fantasie, i nostri comportamenti e quindi le nostre produzioni poetiche , non fossero che l’espressione di “audio” e “video” registrazioni, introiettate durante il corso dell’esistenza e modificate a seconda delle richieste emozionali, positive e negative? Quello che avviene nei sogni e nelle fantasie .