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mercoledì 23 febbraio 2022

 

POESIA: L’IMMAGINE VISIVA EVOCATA DALLA PAROLA

Negli anni 70 (1), uno psicologo cognitivista , Paivio, costruì ,suffragata da una serie di esperimenti , l’ipotesi che anche quando usiamo un comportamento verbale ,  si crei un’immagine visiva parallela. E’ la teoria del Dual Code. Tale immagine, generalmente, è però in subordine di consapevolezza rispetto a quella verbale, Ovviamente questa modalità evita una confusione, una sovrapposizione dei risultati dei due codici.

E’ probabile che per altri esseri animati, non dotati di verbalizzazione significativa, si formino, in modo importante, anche altre percezioni oltre quelle visive, per esempio uditive, olfattive.

Quindi, considerando questa ipotesi possiamo chiederci come anche in una verbalizzazione specifica, quale la poesia, nella lettura o nella recitazione, si formino delle immagini dentro di noi.

E’ quello che in genere è considerata la “rievocazione” prodotta da un verso o da una parola. Ovviamente comune a tutti i campi verbali, ma che acquista un particolare importanza nella poetica, poiché non sembra disgiunta da un apporto emozionale, positivo o negativo, tale da sviluppare spesso anche il giudizio critico.

In altre parole, un prodotto poetico può suscitarmi non solo emozioni in se stesse (diciamo emozioni allo stato “puro”) o associazioni con altre verbalizzazioni ma anche immagini visive che, a propria volta, possono essere stimolatrici di emozioni.

E’ interessante cercare di analizzare anche quale sia la posizione del soggetto nello scenario evocato: di semplice spettatore o di partecipante, attivo o passivo?

 Chi non accetta che le emozioni siano il fulcro dell’agire umano, può considerare  la tesi che le immagini diventino un potente supporto alla funzione  comunicativa concettuale della verbalizzazione.

Ma qui vorrei considerare come, in ogni caso, lo status delle immagini che emergono, per la teoria del Dual Code, durante la verbalizzazione, si aggiunge alla problematica molto vasta che investe uno degli aspetti più importanti non solo della psicologia in generale ma, ma soprattutto della psicoanalisi. Quello delle rappresentazioni o scenari, costruiti mentalmente con un’estremizzazione speculativa relativa alle ipotesi di rappresentazioni “inconsce”.

Cioè noi saremmo soprattutto un luogo di scenari, creati, modificati, repressi.

Questi scenari che utilizzano materiale mnestico derivato dalle nostre esperienze (lasciamo per ora altre concezioni che possono sfociare in visioni di base metafisiche), vengono costruiti al momento dalla stimolazione interna o esterna, oppure sono già presenti in noi, nel serbatoio della memoria e vengono richiamati al momento?  Abbiamo due esempi specifici. Uno riguarda sogni e deliri, l’altro le fantasie, create specificatamente o emergenti.

Nei sogni l’assemblaggio contingente di immagini diverse è evidente. Dando luogo a situazioni surreali che però data la persistenza della nostra sensazione identitaria “normale”( uno dei fenomeni meno spiegabili), appaiono al momento reali e non contraddittori.

Nelle fantasie la narratività logica sembra che sia un requisito irrinunciabile, anche se abbiamo un’area di confine nella quale l’immaginazione può scivolare verso l’indeterminatezza (le filosofie orientali ci giocano molto al riguardo).

Ma se la parola, in questo caso poetica, stimola non solo emozioni dirette ma anche scenari, a propria volta scenari autonomi o percezioni stimolano la verbalità, soprattutto poetica.

Cioè c’è uno scambio cosiddetto di reciprocità causa-effetto.

Considerando ora il problema delle rappresentazioni inconsce, qui la riflessione si aggroviglia anche dalla non chiara e verificabile concezione dell’inconscio.

In ogni caso l’affermazione freudiana che scenari inconsci, basati su esperienze infantili, continuino, nella spinta verso la consapevolezza, a trasformarsi in altre immagini, in parole, in sintomi, è molto seduttiva. Quindi, specificatamente per la poetica, questa sarebbe il prodotto, ovviamente raffinato di una trasformazione di rappresentazioni infantili represse. Che poi Freud, intimorito dalla attrazione che gli archetipi junghiani, così gratificanti per le esigenze metafisiche e spiritualistiche, potessero avere la meglio, abbia introdotto anche le cosiddette rappresentazioni originarie (2), ereditate filogeneticamente, è un altro problema, del tutto controverso.

Ora, tornando alle rappresentazioni inconsce, è evidente come questa concezione sia seduttiva, derivata dai prodromi del pensiero romantico ( vedi Schelling) e ha il vantaggio, come tanti postulati, di essere alla base della spiegazione di eventi psichici, senza doversi chiedere veramente in cosa consiste, da cosa deriva, come funziona. Quindi, nel caso della produzione poetica, non c’è nulla di più facile che affermare che l’ispirazione deriva da fantasie inconsce. E la cosa finisce lì.

Personalmente non nego la possibile esistenza di fantasie inconsce, ma mi sembra che con troppa disinvoltura non si è, per esempio, indagato se esista un aspetto di costruzione delle immagini evocate, al momento dell’evocazione stessa e non un ricorso a rappresentazioni  già definite e sedimentati nel tempo. Cioè è l’introduzione di uno schema dinamico  che pur utilizzando i dati mnestici esperenziali ,crei qualcosa di nuovo.

Questo eventuale processo, comune a tutto il sistema psichico, diventa particolarmente significativo , a mio avviso, nella produzione poetica sia come antefatto causale che come risultato immaginativo.

Ma, come ho già sottolineato in un intervento precedente, tale processo di costruzione è specifico nella produzione ma si diversifica nella fruizione. Cioè io lettore di una lirica, evoco scenari diversi, perché “miei” rispetto a quelli dai quali il poeta era partito.

Eventualmente il problema, non da poco e che è anche alla base della valutazione critica di una poesia, è quali dei suoi componenti siano riusciti ad evocare scenari densi di emozionalità. Sempre che si voglia considerare il prodotto poetico come una fonte potente nel campo degli affetti, positivi e negativi, e non un atto comunicativo ed informativo.

(1) A.Paivio- Mind and its evolution:a dual coding …-Psychology Press-2007-2013

(2) Per un’analisi specifica del concetto di  rappresentazioni inconsce originarie (o Fantasmi) vedi :J.Laplanche, J.B. Pontalis “Fantasma originario, Fantasmi delle origini, Origini del Fantasma” ed.it. Il Mulino 1988

 

 

 

 

 

 

 

martedì 22 febbraio 2022

POETICA:IL REGNO DELLE PAROLE AMBIGUE( E FOLLI)

 La produzione di parole e  frasi comuni ai nostri dialoghi, verbali o scritti, si può modificare in due direzioni. L’una, psicopatologica, tipica della produzione “senza senso”(però, invece, un vero senso ce l’hanno) nei gravi disturbi deliranti. Aggravata magari dell’ecolalia, cioè la ripetizione di parole altrui in modo quasi automatico. L’altra nella composizione cosciente di un impianto verbale in particolari produzioni che sfociano, in genere, nella poesia.

Ma, anche a costo di apparire irriverenti, tra queste due modalità c’è un legame: cioè vengono man mano annullate delle inibizioni linguistiche, sia semantiche che sintattiche (e qualche volta anche semplicemente grammaticali) che dirigono il discorso secondo itinerari ben prefissati. La rigidità di questi itinerari ha lo scopo di permettere una comunicazione reciproca con acquisizioni, univoche, di significato. Per questo, le collettività hanno imposto delle regole (magari rafforzate nell’azione didattica), altrimenti si teme il caos. Ma può anche darsi che questi selettori rigidi, possano, appunto essere modificati e addirittura neutralizzati proprie nelle due situazioni predette: quella psicopatologica e quella, essenzialmente poetica.

Detto un po’ brutalmente: la poesia è simile alla lingua dei “matti” con però dei correttori che la costringono a venire a patti con la comunicazione cosiddetta ‘normale’. In questa situazione il poeta deve fare un doppio compromesso e cioè ottemperare ad un minimo di adeguamento al discorso usuale e, nello stesso tempo, rispettare le potenti spinte interne che spingono verso una produzione che può sembrare caotica ma che rivendica la necessità di una radicale innovazione nel dominio verbale. La motivazione o causa di questa spinta, secondo Freud riguardava la gratificazione dell’Eros, per me, che sono più pessimista, riguarda la messa in atto di meccanismi difensivi che devono andare aldilà del dialogo usuale, data la deficienza dello stesso a tenere a bada ansie, depressioni e tendenze abbandoniche.   Lo rileviamo anche nell’acquisizione infantile del linguaggio: mentre il bambino impara soprattutto il nome degli oggetti, delle cose, se ne impossessa ripetendoli, e aldilà delle funzionalità, spesso canterellandole, li sistema in un ambito particolare che non è quello comunicativo. Il che avverrà più tardi.

Inoltre nella storia delle magie e delle superstizioni, nonché delle cerimonie, soprattutto religiose, vi è una ripetizione che man mano perde il proprio significato, di preghiere e locuzioni simili.

Quindi possiamo fare l’ipotesi, che la produzione poetica sia assimilabile con quella psicopatologica, nonché quelle rituale. Il che, ovviamente non può piacere ai poeti.

A meno che..A meno che non si veda il tutto con un’altra prospettiva è cioè che la rottura dei legami normativi del linguaggio comune sia, da un lato un atto ribellivo (la  “ribellione”è sempre un concetto che ha una potente attrazione seduttiva)contro le costrizioni ma dall’altro lato sia uno strumento ben più efficace di raggiungimento di “verità” nascoste, nelle quali l’aspetto formale e quello di contenuto, sono orientati dalla esigenza emozionale. E questo non vale solo per i linguaggi, poetici, psicopatologici, infantili, rituali, ma anche per altre forme culturali quali quelle figurative, musicali e forse, qua e là anche usuali (basti pensare ai sogni, alle fantasie).

In altri termini il deficit comunicativo emozionale e conoscitivo dei linguaggi comuni e specificatamente di quelli in prosa, costringe, sotto la spinta di pressioni interne molto più forti di quanto possa essere percepito consapevolmente, a trovare nuove vie di uscita. L’optimum sarebbe quello di riuscire a trasformare in comportamenti effettivi tali spinte, Ma freni interni (il cosiddetto Superio) ed esterni (il cosiddetto Controllo Sociale) neutralizzano tali impulsi, fornendo un sostituto, magari mascherato e dislocato in altri comportamenti “moderati”, pensieri, fantasie, sogni e quindi anche nella produzione artistica (sia linguistica, che visuale, uditiva ecc.) Se questa neutralizzazione fallisce le conseguenze psicopatologiche hanno la prevalenza.

Ora questo modello è preso a prestito, metaforicamente, da quello dei sistemi valvolari che bloccano, modificano o permettono un rilascio completo di “energie”. Per ora non mi sembra che esistano modelli più utili e funzionali di questo.

Ma esiste un’ulteriore sviluppo che va aldilà dell’ipotesi della soddisfazione repressa e quindi repressa o trasformata in forme “più moderate” (magari simboliche, metaforiche ecc.). Cioè, se parliamo, dell’espressione poetica (ma possiamo estendere il modello dovunque), dalla funzione originaria repressiva/trasformativa di impulsi, si è sviluppata, sia per motivi interni che per determinanti esterne, un’autonomia funzionale della produzione ed anche della la fruizione della suddetta espressione poetica.

Cioè fatta salva la fonte, pulsionale, di base, sempre di più la poetica costruisce i propri itinerari, le proprie dislocazioni, le proprie innovazioni. E questo avviene costruendo schemi innovativi. A proposito dei quali il gruppo di riferimento poetico detta le proprie regole (sempre con l’apporto, difficile da verificare, delle determinanti circostanziali e sociali).

Vediamo tale autonomia svilupparsi soprattutto attorno alla parola, che appare come un fulcro di una catena associativa, più o meno consapevole in un’area nella quale il termine linguistico diventa un concetto emozionale e conoscitivo. Quando Freud aveva scoperto ed indicato come modalità terapeutica l’associazione di parole del paziente e quindi un itinerario verbale che si espandeva aldilà delle regole sociali del linguaggio, probabilmente si riferiva a questo processo. Non lo ha però approfondito, essendo impegnato altrove alla costruzione delle componenti e attività di tutto il sistema psichico.

Applicando questo modello, possiamo comprendere il ruolo polisemico della parola e quindi la ambiguità di quest’ultima. Ambiguità non solo presente nell’atto della produzione ma sollecitata nella fruizione, cioè da parte del lettore. Ora è interessante prendere in considerazione se la fruizione del range dei significati  e sollecitazioni del prodotto poetico, collimi con quelli del poeta. Può darsi che questo avvenga, ma forse attorno a termini di uso più collettivo, sociale che però sembrano carenti di profondità significative. Cioè il poeta, tramite quella inconsapevolezza che chiamiamo intuizione, creatività ecc. “pesca” nel proprio sistema mnemonico linguistico e seleziona quei termini, che per lui, soggettivamente, abbiano la funzione gratificatoria (per me, invece, seguendo Brenner(1) di compromessi tra impulsi e difese). E attorno ad essi costruisce la frase poetica. Ma per il lettore le associazioni possono essere diverse e cioè una parola può condurre verso altri termini e soprattutto circostanze (“scenari”) relativi alla propria esperienza personale (reale o immaginata). Per questo motivo il vissuto del lettore può non essere univoco, ma differenziato e non prevedibile, data la specificità esperienziale di ognuno. Esempio banale: il verso dantesco “Amor che a nullo amato…”, può richiamare in chi lo produce (in questo caso Dante) un legame con un proprio scenario amoroso. Per me o altri riconduce ad una diversa esperienza, sempre amorosa o simile, reale o fantasticata. Non possiamo considerare analoghi i due processi attorno al concetto comune di “amore”, poiché la mia esperienza amorosa, pur analoga(forse) a quella dantesca è “solo” mia e si collega immediatamente ad altri scenari della mia storia.

Da qui la difficoltà del comprendere quale sia l’accettazione di una poesia da parte di un lettore e, quindi, il ripiegamento sulla esclusiva propria valutazione, da parte del poeta.

Il poeta si giustifica affermando che la propria produzione è un modo per esprimere dei propri contenuti. Ma sembra ignorare che è anche un atto comunicativo indirizzato ad altri, reali o virtuali.

 E’ quello che avviene nella situazione clinica dove la reazione dell’analista il suo “controtrasfert”, sempre basato sulle proprie esperienze psichiche personali, può distorcere il significato della comunicazione del paziente.

 

(1)C.Brenner-The mind in conflict,1982-tra.it.La mente in conflitto, Martinelli ed.1985

domenica 20 febbraio 2022

 

IPOTESI SULLA CREAZIONE POETICA

 

1)    L’AMBITO SOCIOLOGICO

 

Il tentativo di spiegare sia in termini sociologici che psicologici come viene attuato il processo di produzione poetica (come d’altra parte anche di altri prodotti artistici) suscita resistenze anche profonde. Da un lato ci sono stati i vari tentativi in questo campo che non hanno brillato per originalità , dall’altro lato vi è una difesa, anche spasmodica, di chi ritiene che la creatività poetica (o di altro), non debba essere spiegata, analizzata, disassemblata , perché cosi perderebbe quella forza e quella significatività che solo il mantenimento di un’unitarietà e globalità può dare (ovviamente il substrato ideologico spiritualista ed anche metafisico, qui fa capolino).

Ma esistono altri motivi e riguardano cioè lo scontro , sempre immanente, tra chi appartiene (sia come produttore che fruitore) al campo poetico e chi appartiene al gruppo psico-sociologico. Come appartenente a questo ultimo gruppo, non ho remore a dire che si tratti della solita lotta per un potere virtuale (e magari anche reale, quando consideriamo gli eventuali interessi economici in gioco), lotta che continuamente avviene tra tutti i gruppi di qualsiasi tipo. Questa lotta deriva da un’esigenza totalizzante predatoria o di difesa delle specifiche collettività, forse di origine genetica o simili (“Homo,homini lupus”diceva Hobbes…). Tuttavia, riconoscendo questi condizionamenti culturali, cercherò di delineare una serie di itinerari sia sociologici che psicologici, relativi alla produzione poetica (estensibili anche ad altri tipi di produzione).

Sociologicamente è necessario mettere in risalto, come qualsiasi studente sa, che esistono scuole o orientamenti specifici , storicamente determinati. Quello che forse è più difficile da accettare è che il mio prodotto poetico non solo appartiene ad una scuola od orientamento specifico, ma da quello stesso è pesantemente determinato.

Cioè :il poeta che si sente “libero” nella sua creatività, in effetti non fa che ripetere schemi che il gruppo di appartenenza, reale o virtuale, ha man mano codificato in una dinamica che pur tenendo conto degli apporti di ognuno, continua a ripetersi. Si può obiettare che anche se ci adeguiamo a dei vincoli formali, i contenuti sono diversificanti. Io posso riconoscermi nell’ ungarettiano ”Mi illumino di immenso” ,ma il mio verso “Masticando carote”(si perdoni l’irriverenza..) ha uno contenuto e quindi una comunicazione significante diversa.

Non si tiene conto anzitutto che il rispettivo compenetrarsi tra forma, contenuto e quindi significato o impatto emozionale, agisce in modo così determinante da farci sentire in grado di distinguere tra poesia e prosa (gli esempi di “prosa poetica”sono un ibrido interessante). Cioè c’è qualcosa nella poetica che sembra assente o parzialmente assente, nella narratività della prosa. Ed è proprio, penso, questa maggiore codeterminazione tra forma e contenuto. Più in avanti cercherò di chiarire questo processo.

Qui, per ora vorrei sostenere l’ipotesi che ogni poeta “copia” ed è  intriso dalle varie produzioni poetiche del suo gruppo di riferimento.

Il non adeguamento agli schemi del proprio gruppo porta ad una conseguenza: il non riconoscimento della sua appartenenza al gruppo stesso, il suo respingimento. E questo riguarda non solo le scuole e gli orientamenti specifici, ma anche l’intera collettività poetica. Vi sono migliaia (e nel mondo forse milioni) di aspiranti “poeti”, che non capiscono come il prodotto della propria creatività non sia accettato o non accettabile nella comunità poetica. Se oggi un aspirante poeta si sforzasse di utilizzare ancora metriche di altri tempi , non avrebbe diritto di esistere . D’altra parte anche in prosa, arti figurative e musica (quella seria..), non c’è spazio per la ingenua ripetitività del passato. E poi vi sono anche le determinanti di marketing dei  canali di comunicazione e contatto soprattutto editoriali. Se non  riesce ad entrarvi, non c’è spazio per l’aspirante all’ambito riconoscimento poetico (ma questo vale per altri ambiti, anche totalmente diversi).

Ricerche sulle “carriere” poetiche con l’analisi dei vari itinerari, facilitazioni e difficoltà sarebbero interessanti.

Ma resta un interrogativo importante: come mai si formano dei gruppi che esprimono e poi condizionano la produzione dei propri partecipanti. E come mai poi alcuni si modificano generando nuove collettività poetiche? L’ipotesi più comune ed anzi seduttiva (bisogna stare attenti al potere “seduttivo” delle idee…) è che nella stessa scuola o gruppo poetico alcuni singoli, per le loro capacità creative portino avanti modalità differenzianti dai dettati collettivi; diventino degli “outsiders”, dei fondatori di nuovi indirizzi. Questa ipotesi è seduttiva perché mette in primo piano la soggettività individuale, il cosiddetto “valore” del singolo. E questo singolo possiamo accettarlo come gregari, come nostro protettore, insomma, secondo la concezione dell’Edipo, come nostro genitore buono. Non solo , ma un giorno, sempre nella logica edipica, qualche figlio si ribellerà, contrapponendosi con un’altra via a quella usuale.

Se però cerchiamo di utilizzare un paradigma totalmente sociologico (alla Durkheim, per intenderci) è il gruppo in se stesso che inconsapevolmente costruisce una realtà diversa, dando vita a nuove soluzioni. E’ interessante osservare come secondo le esperienze dell’analisi clinica nei gruppi (soprattutto riconducibili alle osservazioni di Bion) si formi, nell’interrelazione tra i partecipanti, una nuova cultura, che consolida quella esistente e tende a produrre innovazioni. Un discorso analogo, mi sembra, è quello marxista, dove la classe sociale crea la propria cultura(ideologia) e si trasforma in qualcosa di nuovo, derivato sia dalla modificazione dei rapporti di produzione, sia da un’asserita presa di“ coscienza di classe”.

Ora voler ammettere, soprattutto in un campo come quello poetico, che non sono i singoli ma un’inconoscibile dinamica collettiva, non fa piacere a nessuno. Ci si scandalizza davanti ad un’affermazione per cui  le mie liriche pur influenzate da altri, da scuole, non siano un mio esclusivo prodotto creativo. Cioè si rivendica una posizione centrale del soggetto.

Questo può far capire come la sociologia sia molto meno apprezzata anche di quanto lo sia la psicologia. Infatti agli occhi dei più è considerata una disciplina limitata che rispecchia l’opera della benemerita categoria degli assistenti sociali. Non sembra, ma “ragionare” sociologicamente è più difficile, sia come strumenti che come riconoscimenti, di quanto si faccia con la psicologia.

Se si tocca la nostra convinzione di un’esclusività identitaria soggettiva, non si guadagna certo in popolarità.

 

2)L’AMBITO PSICOLOGICO

 

Consideriamo, anche se non è molto lecito separare la sociologia dalla psicologia, chiedersi qualcosa su come si determini il processo della produzione poetica.

Se noi chiediamo ad un poeta come si forma in lui quella poesia quei versi, non è che dobbiamo attenderci risposte esauriente. In genere , si afferma, sono venuti in mente, salvo poi intervenire per correggere, per modificare.

Cioè termini come Creatività, Ispirazione, Intuizione, sono il capolinea di ogni richiesta in tal senso. Tuttavia il poeta può fare riferimento a circostanze e determinanti sia esterne che interne, che hanno stimolato non solo a produrre liriche, ma anche come sfondo ideologico o scenico delle medesime.

Ora potrebbe essere utile riflettere su come esista un parallelo tra formazione del linguaggio, del pensiero, delle fantasie, degli atteggiamenti, delle emozioni e dei comportamenti con il processo poetico. Anzitutto ovviamente perché è un processo linguistico ma soprattutto per la rapidità che contraddistingue tutti questi eventi .

Cioè c’è un’immediatezza che sfugge al rallentamento del pensiero cosciente (che abbiamo detto, interviene poi per valutazione ed eventuale modifica del prodotto).

Questa immediatezza richiama la rapidità con la quale nel nostro cervello si attivano i contatti (sinapsi) tra le cellule base, i neuroni.

Allora possiamo ipotizzare che tutti questi eventi sopra descritti, siano prodotti , su stimolazione esterna o interna, facendo emergere tutti i materiali mnemonici collegati (secondo varie modalità) che abbiamo immagazzinato durante la vita. Ma se questo accadesse senza limitazioni , ci sarebbe una moltitudine di contenuti che paralizzerebbe pensieri e comportamenti.

Quindi agiscono dei filtri, dei selettori che obbligano ad una scelta univoca. Così io posso dire quella frase, avere quell’emozione, quel pensiero, quel comportamento, in modo univoco, scartando tutto il resto.

E qui allora c’è da fare la riflessione sulla poesia, sulla sua produzione rispetto a quella del linguaggio parlato o scritto.

Si può ipotizzare che la formazione di una lirica, di un verso, si basi su di un allentamento dei vincoli selettivi che costringono ad una scelta univoca. Soprattutto considerando la polisemia , possiamo constatare come ciò che viene prodotto poeticamente ha un’estensione maggiore, proprio quantitativa su quanto viene scritto o detto (autori come Joyce hanno tentato questa assimilazione). La poesia ha quindi un range di possibili scelte semantiche in continua evoluzione. Ma anch’essa deve avere dei selettori che blocchino un’invasione senza controllo di contenuti (come avviene in casi estremi di marasma psichico). E qui la componente emozionale, positiva o negativa, diventa l’ulteriore criterio di selezione.

 Si può considerare, anche,  quanto si è detto nella parte sociologica: i contenuti, i criteri, le modalità sviluppate nel gruppo poetico di riferimento, diventano i regolatori delle scelte liriche. Ovviamente questa visione tra i meccanismi psicologici e le attinenze sociologiche, non può venire accettata da chi è sedotto e vincolato dall’idealizzazione di una creatività che non può (non deve…) essere spiegata.

 

Ma c’è un’ipotesi ancora più scomoda. E se noi, i nostri pensieri, i nostri discorsi, le nostre fantasie, i nostri comportamenti e quindi le nostre produzioni poetiche , non fossero che l’espressione di “audio” e “video” registrazioni, introiettate durante il corso dell’esistenza e modificate a seconda delle richieste emozionali, positive e negative? Quello che avviene nei sogni e nelle fantasie .

 

 

 

 

  

 

 

 

giovedì 17 febbraio 2022

 

L’IMPATTO DELLA POESIA SUL LETTORE

Parlando della Poesia , a volte, si mette in risalto la “lateralità” , rispetto alla vita. Penso che forse il collocare così la Poesia, denunci il senso di frustrazione della posizione sociale del prodotto poetico. Pochi se ne occupano. Gli altri, nelle diverse forme artistiche, caso mai apprezzano la narrativa, le arti figurative, la musica.

Guardiamo quanti romanzi vengono letti, quante mostre sono visitate e quanto si apprezzino i concerti (ovviamente sto parlando di una minoranza: la maggioranza guarda le partite, apprezza canzoni di tutti i tipi, rimane incollata alle Tv)

Forse, per dire una malignità, un certo apprezzamento per altre forme artistiche, può essere anche infiltrato dal valore economico di queste produzioni: “money is money”.

I Poeti invece sono poveri e devono arrabattarsi con mestieri vari, sperando che siano il più intellettuali possibili...

Ma, a prescindere da queste constatazioni sociologiche, a me sembra che la Poesia susciti invece delle resistenze e che venga mal sopportata. La Poesia ha qualcosa, invece, che entra dentro, si mescola ai nostri elementi psichici interni. Nel poeta, poi (come per altre produzioni artisitche) può rappresentare un nucleo fondamentale della propria esistenza. Anzi dare senso alla vita ( nel mio linguaggio “psico”, forse protezione?). Ma perché questo? L’utilizzazione della parola non in un senso socialmente univoco, ma nell’estrema varietà dei significati, introdotti dentro di sé ,si aggrega alle componenti scisse della nostra psichicità, proprio come virus o batteri (visto che sono di moda). In termini “psico”: l’Io si modifica fortemente perché l’esperienza della parola affonda le radici nella primitiva evoluzione infantile e il suo schema di riferimento condiziona la sua personalità. Sono “preso” da tantissime cose e continuo a crearne altre. La Poesia è uno straordinario stimolatore e costruttore di nuove rappresentazioni psicologiche che sono in continuo movimento. Quando io penso a “Amor che a nullo amato, amar perdona” o “La sventurata rispose” o Saffo”sorridente, incoronata di fiori”, ogni volta aggiungo ulteriori elaborazioni interne e quindi narrative di quel mio Io che a che fare con qualcosa di diverso e costruisce porte di entrata per “landscapes” nuovi.

Si può ipotizzare che chi legge una poesia, la introietti stimolando contenuti interni(consci o inconsci ecc.), e quindi formando un nuovo evento psicologico, un mix con pesi vari a seconda della struttura caratteriale, della propria storia, dell’influenza dell’ambiente reale o virtuale nel quale è immerso. Ovviamente, ma come fatto decisivo, modificando un gradiente emozionale (piacevole, spiacevole ecc.) rispetto a quello usuale.

Tuttavia, a questo proposito va fatta una osservazione. Mentre, in genere, il produttore di testi, di arti figurative, di musica, tiene sempre d’occhio la possibile reazione dei fruitori (anche, diciamo malignamente, perché spesso sono presenti aspetti economici e gli editori vigilano…), i poeti sembra che non si preoccupino affatto di come saranno lette, capite, vissute emotivamente, le proprie liriche. Si potrebbe avanzare l’ipotesi che c’è un egocentrismo narcisistico che sembra affermare: questo è quello che ho creato io, comunica me stesso e i miei contenuti, se vi piace sono contento, altrimenti …Ovviamente ci può essere anche un desiderio di coinvolgimento, di stimolazione magari ideologica ma infine la poesia è soprattutto un’espressione personale. Anche per questo, forse , viene poco accettata.

Cioè i criteri di valore sono caso mai fissati dagli altri partecipanti dello stesso gruppo sociale, poeti e critici (con una notevole presenza di avversioni, invidie, alleanze magari temporanee ecc. D’altra parte questo è tipico di ogni gruppo sociale)

Tornando però all’argomento dell’impatto sul fruitore ci sono due ulteriori aspetti che secondo me, vanno tenuti in considerazione.

Uno riguarda l’itinerario percettivo e le relative possibili fissazioni sul corpo della lirica. Questo perché, a differenza per esempio delle opere figurative che possono essere guardate immediatamente nella loro globalità o nell’’attenzione sui dettagli, sia che si tratti di una poesia o di una prosa, c’è un itinerario di spazio della lettura ( o dell’ascolto) inserita nella dimensione S\T: Spazio Tempo. Cioè si “cammina” nel testo.

Ora non è solo un problema percettivo (anche se questo è molto presente, soprattutto negli aspetti ritmici e fonetici. Basti pensare al ruolo che la metrica ha sempre avuto) ma anche al livello di una selezione di aree o singole parole, che, probabilmente hanno per il singolo fruitore, sia un gradiente emozionale specifico (piacevole, spiacevole ecc.), sia perché per regole associative formali e/o di contenuto, si collegano a quei contenuti interni dei quali avevo accennato prima. Esempio banale: “Amor che a nullo amato, amar perdona” oltre alla fissazione sul termine Amore e sulle sue declinazioni nel verso (per ovvi motivi..), il ”perdona”può essere ignorato (magari perché ha troppo un profilo buonista) o accolto per gli stessi motivi oppure scisso dentro di noi in “per dono” che collegato al termine Amore, ne aumenta l’impatto emozionale e forse il proprio radicamento nell’esperienza storica del soggetto. Cioè la polisemia invocata come una delle maggiori differenziazioni rispetto alla prosa che ha invece la sua base nel processo della narrazione, ha un valore molto più ampio di quanto i meccanismi retorici della metafora e della metonimia spiegano. Cioè io posso vivere anche scissioni o modificazioni interne di singole parole.

Nella ricerca, senza pretese, che con altre due persone, ho effettuato e pubblicato su Incognita (n.2), abbiamo indagato, in colloqui cosiddetti clinici(cioè liberi e approfonditi, secondo una traccia, non con le solite domandine/risposte dei questionari), quali fossero le reazioni di 30 persone (ambosessi, distribuiti per età, di classe media, non di un mestiere “intellettuale”), alla lettura di una lirica di Montale:”Piccolo testamento”. Oltre a raccogliere le impressioni alla prima totale lettura della poesia, si è poi proceduto ad un’analisi per aree, individuando su quali parole o frasi, si era fermata l’attenzione, e che abbiamo definito focal points. Cioè il lettore e con criteri abbastanza soggettivi, selezionavano parti, l’impatto delle quali poteva essere, per ognuno, piuttosto rilevanti.

Questo il poeta spesso lo intuisce e non a caso utilizza ed elabora accuratamente singole parole, che, nel mio linguaggio “psico” diventano oggetti, produttori di ulteriori processi ed elaborazioni interne. Ma questo per il poeta, ma per chi lo legge?

Il secondo aspetto sul quale mi soffermo è specificatamente psicoanalitico e riguarda la relazione che si sviluppa tra il lettore e la poesia, tra il lettore e l’autore che è il vero produttore di questo oggetto. Qui, secondo gli aspetti di base del processo psicoanalitico, si forma una situazione transferale, nel senso specifico del termine e cioè di “trasferimento “dell’attuale relazione nella situazione infantile.

Il lettore, la poesia, l’autore, nel vissuto del fruitore (e poi si affacciano più ,sullo sfondo, altri personaggi), si scambiano ruoli genitoriali e fraterni, con vicendevole acquisizione di connotazioni protettive, desiderative, rancorose, abbandoniche ecc. La lirica diventa un terreno di possesso ma a propria volta si personalizza e “mangia” il lettore. Come avviene non solo nel trattamento psicoanalitico ma in qualsiasi relazione, sia con esseri animati che non animati.

In altre parole, io posso rivivere, nella mia lettura poetica, esperienze relazionali antiche, infantili, con connotazione positiva o negativa. Ma inoltre so che dietro alla poesia c’è un autore e con la sua figura virtuale anche qui mi metto in relazione nel triangolo lettore-lirica-autore.

Vi è quindi una problematicità rilevante se vogliamo costruire modelli dell’impatto psicologico (e sociologico, antropologico culturale) sia dell’immagine globale del genere Poesia, sia delle reazioni alla lettura di liriche specifiche. Ora l’uso di tali modelli incontra spesso resistenze, nei poeti e in altri, perché decostruirebbe un qualcosa che va preso nella globalità e nell’immediatezza e non frammentato ed analizzato nelle componenti. Questo atteggiamento spesso, si basa su ideologie diciamo totalizzanti, anche spiritualistiche e metafisiche.

La mia ideologia di base,quella scientifica, non può accettarle.

Invece si può chiedere qualcosa d’altro, sulla Poesia come su altri,anche disparati eventi, e cioè che gli strumenti(e quindi le ipotesi che ne derivano), siano ancora non adeguati ad analizzare fenomeni così complessi.

(1) Incognita,n.2-Giugno 1982







martedì 20 luglio 2021

 INTERSTIZI SOCIALI DELLA DEVIANZA

1-DEVIANZA E CLASSE SOCIALE

Generalmente le situazioni di devianza vengono considerate tipiche delle classi inferiori, soprattutto per quanto riguarda quelle più rappresentative e cioè le attività criminali.Ma il concetto di devianza acquista un significato più ampio se consideriamo dei comportamenti che possono anche non essere sanzionati penalmente.Cioè comportamenti che discostandosi, anche profondamente, da quelli attesi dal gruppo sociale di appartenenza, tendono a strutturarsi in subculture che chiaramente violano e si contrappongono, sia pure a volte tacitamente ai suddetti gruppi di appartenenza.Possiamo definire queste subculture come “interstizi sociali”, non legati apparentemente ai fattori sociologici più generali quali quelli relativi al reddito, ma che si discostano dalla media di quelli effettivi della propria classe anche in modo essenziale.Un esempio specifico di tali interstizi lo possiamo esemplificare nell’aderenza ad una subcultura della corruzione di membri della classe alta.Vi sono due elementi fondamentali da sottolineare: uno è dato dall’adesione a principi di illiceità che chiaramente sono in contraddizione con le norme cosiddette etiche che non solo sono proprie di quella classe sociale, ma addirittura dell’entità societaria alla quale questa classe, con le altre classi sociali, appartiene.Ma l’altro elemento, più specifico e interessante in termini di psicologia sociale, è il fatto che anche il piccolo gruppo di appartenenza, quello famigliare anzitutto e quelli amicali e microprofessionali, colludono con la deviazione, anche solo tacitamente.Infatti appare improbabile che la moglie o i figli o amici e conoscenti, sia all’oscuro di cosa faccia il corruttore ( o il corrotto). Nella situazione italiana, dato il familismo dominante, tale collusione, anche se non viene rilevata giuridicamente, appare evidente.D’altra parte un esempio tipico, sia pure più spesso come interstizio sociale non esclusivamente intraclassista, bensì interclassista, è rappresentato dai fenomeni mafiosi e simili.

Questa estensione aldilà del soggetto attore ad altri membri dei piccoli gruppi di appartenenza, pone degli interessanti quesiti relativi anche alle modificazioni psicologiche delle persone.Se prendiamo, per esempio il coniuge o un figlio di un corruttore, o corrotto, essi, man mano, dovranno ristrutturare il proprio cosiddetto “mondo dei valori” e sentirsi in una situazione di conflitto con l’etica imperante nella propria classe. Ma il problema, sul versante psicoanalitico, che qui ci interessa, è quello di una trasformazione egoica che farà di tutto per tenere a bada i residui infantili della normatività superegoica.Questa trasformazione deve avvenire anche in termini di immagine di sé, anche se può collidere con le immagini “oneste” di altri .Meccanismi quali la negazione e la scissione vengono utilizzati per “ non pensarci” e quindi considerarsi integrati negli altri valori, comportamenti ed abitudini della propria classe di appartenenza

2-L’UNIVERSO DELLE DEVIANZE

Se noi affrontiamo il problema relativo a tutte le possibili devianze rispetto alle culture predominanti, dobbiamo osservare, come già abbiamo accennato, che non tutte le devianze sono da considerarsi significative dal punto di vista della qualificazione giudiziaria.

Anzi possiamo affermare che spesso le forme sub-culturali che si discostano dai valori predominanti possono essere generalmente denotate come “diversità” e, se siamo animi inclinati verso una tolleranza “democratica”, si afferma che devono essere accettate. Ma qui si fa un ragionamento superficiale e dettato dalla preoccupazione di non fomentare il conflitto sociale.Il motivo per il quale si formano delle subculture devianti, da quelle più pesantemente contrapposte ai valori dominanti (e spesso sanzionate giuridicamente) a quelle più lievi che sembrano non porre in essere l’azione sovvertitrice contro i modi di pensare e di comportarsi comuni, mi sembra essere basata su di una gerarchia di cause sociologiche e psicologiche.La variabile prioritaria appare più collegata alla repressione che, a torto o ragione, la cultura predominante esercita su di una serie di necessità biologiche e sociali.

Per esempio la repressione sessuale esercitata soprattutto dalle religioni monoteistiche ne è un chiaro esempio, anche se i difensori di tali ideologie, possono affermare, aldilà del risibile collegamento alle prescrizioni di qualche entità divina metafisica, che questa regolamentazione/repressione sia funzionale alla solidarietà sociale ed eviti comportamenti impulsivi e predatori.La dipendenza dalla specifica struttura sociale è in ogni caso evidente. Valga a titolo di esempio quello relativo al cannibalismo in tribù di aborigeni, ai sacrifici umani in varie aree del mondo, alla pedofilia tollerata nel mondo greco ecc..

Le subculture devianti, quindi, nascerebbero dalla ribellione dalla repressione sociale dominante.

Ma c’è un’altra variabile che sempre di più si affianca, prende forza da quello che possiamo definire in termini di modello repressivo/ribellivo ed è rappresentata sia dai grandi cambiamenti sociologici strutturali, soprattutto economici, che avvengono storicamente nelle diverse culture, sia, e questa appare oggi come molto appariscente, dalle innovazioni tecnologiche e scientifiche in atto.Quando, con aria di sufficienza, soprattutto se anziani “benpensanti”, critichiamo la diffusione enorme di cellulari, computer e internet tra i giovani, non ci vogliamo rendere conto (e penso che in questo ci sia molta malafede) come siano ormai stabili valori e quindi atteggiamenti e comportamenti, di subculture diffuse ed evidentemente contrapposte a quelle comunemente condivise. L’esempio delle droghe può essere aggiunto.Si affianca a tutto ciò anche, un po’ pateticamente, la tendenza di quei gruppi cosiddetti adulti ad aderire a tali devianze. Cioè a passare con armi e bagagli nel campo nemico. La presa in giro che i giovani fanno di quegli adulti, magari già anziani, che assumono atteggiamenti e comportamenti “giovanili” ne è una riprova, anche se è necessario aggiungere che nelle subculture giovanili possa emergere, al riguardo, una reattività difensiva di difesa del territorio ( minacciato da adulti che magari fruiscono una più rilevante disponibilità economica).Quando, esempio, l’istintualità erotico-predatoria di qualche adulto, magari che fruisce di un ruolo sociale di valore, si appropria di qualche giovane donna, tale comportamento viene stigmatizzato ancora sia dai giovani, in quanto invasione di territori, sia dai più anziani adulti per ovvii motivi di invidia ecc.

3-LE DEVIANZE “NORMALI” NELLA NORMALITÀ’

Se però continuiamo a classificare le devianze nei termini estremi che sono, soprattutto, quelli giudiziari oppure della salute mentale o dell’estremo disagio economico, rischiamo di isolare questa categoria concettuale dalla normalità e considerarla come riferita ad appendici negative delle classi sociali.Questa operazione tende quindi ad avallare un modello funzionalista, caro ai sociologi e antropologi di un tempo( l’esempio più tipico è quello di Durkheim), per i quali vi sono meccanismi automatici di riequilibrio che attuano, con l’espulsione di gruppi marginali, in sé dannosi per la cosiddetta normalità, un armonico sviluppo che segue dinamiche interne ai singoli gruppi.

Ma oggi, abbiamo la presa di coscienza dell’estrema complicatezza di molteplici variabili eterogenee.In questa prospettiva giustamente riferita all’caoticità di quelli che vengono definiti sistemi complessi, l’armonico sviluppo dei processi sociali, è in crisi.E’ l’aspetto che qui più ci interessa è dato dalle devianze che non sono stigmatizzate come estreme, ma che si sviluppano in modo infestante nell’ambito delle culture dominanti.Un esempio tipico, nella sua estesa banalità, è dato dal ricorso dei cellulari, preminente tra i giovani ma anche tra le altre classi di età, a prescindere dalle classi sociali di appartenenza.Il ricorso continuo e totale, a chat e messaggi , sia pure deprecato da pochi retrivi commentatori, tende a formare un’enorme cultura che sovrapponendosi a quella data come normale, acquista il carattere di sub-cultura deviante, senza la limitazione quantitativa delle “vere” devianze (magari sanzionate giuridicamente e terapeuticamente).L’interrelazione tra i singoli si stacca dal face to face, che tanto viene apologizzato dai fautori del “fraternismo” etico, sia progressista che conservatore.E’ evidente che questa trasformazione culturale derivi dallo sviluppo sincrono e correlato tra economie di consumo e sviluppo tecnologico.Anche se la nostra impressione, ovviamente difensiva in termini psicologici, è che nulla sia cambiato, la realtà che ne emerge è totalmente eversiva: non c’è più bisogno di guardare in faccia l’altro. Gli parliamo e ancora peggio gli scriviamo e addirittura arriviamo a metalinguaggi iconici (gli emoticon), senza essere in quella presenza fisica che tanto seduce ancora gli arretrati sostenitori del buon tempo antico.

Questo, quello dei cellulari estendibile a tutte le forme di internet, è un esempio banale dello sviluppo di una devianza (enorme come dimensioni e intensità), che si sviluppa nella cosiddetta normalità e man mano la sovrasta.La cosiddetta Scuola antropologica di Manchester ed essenzialmente il suo maggior riferimento, cioè Victor Turner, ha tentato di cogliere nel rapporto della cosiddetta Performance tra situazioni limenin e limenoid, la possibilità di vedere nelle devianze la spinta dinamica al cambiamento.A me sembra che in questa ipotesi però si tenti sempre di sottolineare il meccanismo funzionale, reintegrativo di equilibrio, delle passate teorie sociologiche .

Proprio il modo di vedere “caotico” del quale dobbiamo prendere atto, ci porta, mi sembra, invece, a sottolineare come sia la conflittualità che l’isolamento tendano a prorompere invasivamente nella cosiddetta normalità.Una metaforicizzazione di questi fenomeni, la troviamo a livello psicoanalitico, nella concezione della Melania Kein degli oggetti interni persecutori, poi sviluppata in modo così seduttivo, negli oggetti Beta da Bion.Anche se poi, la loro tendenza moralistico-terapeutica, tende alla riparazione e alla bonifica di tali elementi “sovversivi”.  

Ma prendiamo un altro esempio ed è quello dell’adulterio.

Ai tempi di Madame Bovary l’adulterio rappresentava l’unica possibilità di fuga metaforica dalla costrizione familistica e quindi, anche giuridicamente, rappresentava una tipica devianza marginale ( una situazione a parte, relativa alla gratificazione erotica esclusivamente maschile, era rappresentata dalla prostituzione).

Oggi l’adulterio, sia maschile che femminile, è una pratica probabilmente estesa (i sociologi si guardano bene di fare indagini approfondite sul fenomeno…), che non acquista rilevanza come devianza marginale, ma è integrata nella cosiddetta normalità, con tuttavia uno split antropologico-culturale che fa convivere l’evento con la struttura familistica, sia pure (eccetto qualche esempio relativo alle coppie “aperte”), con l’osservanza tacita del silenzio, anche quando vari indizi possono mettere sull’avviso il coniuge tradito. Quello che qui soprattutto ci interessa è la scissione dell’Io del traditore, il quale per poter sopportare le evidenti remore all’accadimento, e cioè paura delle conseguenze, senso di colpa per identificazione colla vittima coniugale, timore del giudizio sociale, deve sentirsi partecipe ad un’altra sub-cultura liberal-radicale e ribelliva.Ma l’operazione di scissione dell’Io, può avvenire solo perché l’adultero si sente supportato da un gruppo virtuale che ha elaborato, ampiamente, una multiforme ideologia.Questa multiforme ideologia va da elementi di tipo soggettivo, quali “finalmente ho trovato chi mi capisce” o “al sesso non si comanda” ad altre proposizioni sociologicamente  estese quali “bisogna ribellarsi alla repressione familistico-conservatrice” o “tutto è caotico, non c’è più nessuna regola” e simili.I giudici che a metà dell’800 condannarono Flaubert per Madame Bovary avevano chiaramente in mente come , data la funzione di Controllo Sociale della Giustizia, fosse necessario reprimere l’apporto all’ideologia dell’adulterio femminile, che il romanzo portava avanti.Ma l’adulterio femminile, come già quello maschile, avanzava a grandi passi, soprattutto quando ,alla fine del secolo, il massiccio intervento nel mondo del lavoro delle donne, le faceva “uscire” dalla costrizione familistica.

Esistono quindi subculture che possono entrare o meno in conflitto con la cultura dominante della classe sociale di appartenenza, e che si sovrappongono ad essa.Se poi, seguendo Turner, alcune di tali subculture diventino il catalizzatore del cambiamento sociale, come soprattutto afferma nella sua concezione della Performance (inserita nel discorso teatrale), è un altro discorso, che mi sembra peccare di un ottimismo progressista.Le Performance legate ad Auschwitz o ha Hiroshima e Nagasaki mi sembrano un po’ ostiche da coordinare con questo ottimismo.

Ma c’è un punto fondamentale che va aldilà di questo aspetto e che tocca più in generale il rapporto e tra sociologia e antropologia culturale ed anche la psicologia.Si ha l’impressione che l’enfasi posta sull’incidenza dei fattori culturali, valoriali, normativi nel produrre altri insiemi di simili fattori (quindi cultura che produce cultura) o addirittura produrre cambiamenti sociologici non sia che un edizione riveduta, corretta e modernizzata, delle vecchie concezioni dallo spiritualismo all’idealismo, per le quali è il pensare umano che produce azione, in una sorta di metafisica che svaluta la realtà (quella “reale” che conosciamo anche attraverso i sensi, ma non solo quelli).Accettare che sia la complessità dell’azione sociologica nella realtà è quella che produce “le idee” (argomento fondante di Marx ed Engels per quanto riguarda il rapporto tra struttura e sovrastruttura, anche se qui poi si arriva ad ambiguità paraidealistiche), ebbene questa ipotesi viene continuamente combattuta, o magari annacquata con discorsi sulla reciproca influenza.Penso che le ideologie siano prodotte dalla dinamica sociologica e che abbiano una funzione accessoria relativa alla legittimazione o meno dei soggetti all’interno dell’azione sociale  

Quello che però qui ci interessa, mi sembra, è il meccanismo dello splitting dell’Io nella partecipazione a subculture diverse e magari conflittuali.Nel capitolo che segue, cercheremo di vedere questo con riferimento specifico alla seduta analitica o, più in generale, ai trattamenti psicoterapeutici.       

4-IL PROBLEMA TECNICO PER L’ANALISTA    

Gli psicoanalisti della maggior parte degli orientamenti hanno spesso e volentieri bypassato il problema dell’incidenza della presenza immanente delle variabili sociologiche e antropologiche culturali nella pratica terapeutica (se eccettuiamo qualche esempio che partendo da Adler aveva innescato negli anni 40 la concezione della Karen Horney e di un non-analista quale Eric Fromm).

Quella che possiamo definire il dogma della “purezza” applicata al setting analitico, ha portato per oltre un secolo, a prendere in considerazione, in terapia, le dichiarazioni ed esposizioni della realtà vissuta dal paziente solo come modalità fantasmatiche del rapporto transferale con l’analista.Questo presupposto ha suscitato , negli anni del 68, i duri attacchi dell’antipsichiatria( a propria volta condizionata dal proprio dogmatismo marxiano), che accusava la psicoanalisi di essere uno strumento delle classi dominanti per controllare le situazioni psichicamente devianti ed integrarle tramite l’enfasi posta sull’assoluta prevalenza delle variabili tipo inconscio, impulsi istintuali, relazionalità infantili erotizzate con la corporeità e con le presenze genitoriali.Penso (ma potrei essere accusato di un eccessiva idealizzazione edipico-paterna) che Freud fosse a conoscenza che il problema psichico non si potesse esaurire esclusivamente con le varabili soggettive e certi suoi tentativi, maldestri ed ingenui, di trovare spiegazioni nei grandi comportamenti sociali, ne sono la prova.

Ma la prova maggiore è data dall’inserimento strutturale del Super-Io nella seconda topica.Infatti l’importanza data alla normatività superegoica va aldilà dell’asserita causalità genitoriale, investe tutta la normatività sociale.Ma come gestirla in una terapia centrata sul paziente, sulla sua soggettività, esasperata dal condizionamento inconscio e pulsionale fisiologico?Freud era diventato un “politico” che voleva preservare un impianto psicoanalitico anche a costo di farlo diventare dogmatico.La sua frase famosa quando teme che “l’oro della psicoanalisi diventi il piombo della psicoterapia” ne è la conferma.

Ma, ovviamente, come tutti i dogmatismi, anche questo non poteva prevalere, e le pressioni distruttive contro l’analisi si sono fatte sempre più forti, rivelando la presenza dello sviluppo di subculture di altre psicologie anche a base mista neuro-psichica. Si pensi alla tecnica dell’EMDR,quelle relative al rilassamento, e a tutta la vaste congerie “mistico-asiatiche”.D’altra parte, anche facendo una storia “moderata” della psicoanalisi, la gestione armonica delle diverse scuole e orientamenti è piuttosto imbarazzante . E viene voglia di tornare al dogmatismo scientista di Sigmund Freud, per trovare almeno un aggancio sicuro, sia pure obsoleto…  

  

  • Turner, Victor. Liminal to liminoid in play, flow, and ritual: An essay in comparative symbologyRice University Studies 1974.