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martedì 20 luglio 2021

 INTERSTIZI SOCIALI DELLA DEVIANZA

1-DEVIANZA E CLASSE SOCIALE

Generalmente le situazioni di devianza vengono considerate tipiche delle classi inferiori, soprattutto per quanto riguarda quelle più rappresentative e cioè le attività criminali.Ma il concetto di devianza acquista un significato più ampio se consideriamo dei comportamenti che possono anche non essere sanzionati penalmente.Cioè comportamenti che discostandosi, anche profondamente, da quelli attesi dal gruppo sociale di appartenenza, tendono a strutturarsi in subculture che chiaramente violano e si contrappongono, sia pure a volte tacitamente ai suddetti gruppi di appartenenza.Possiamo definire queste subculture come “interstizi sociali”, non legati apparentemente ai fattori sociologici più generali quali quelli relativi al reddito, ma che si discostano dalla media di quelli effettivi della propria classe anche in modo essenziale.Un esempio specifico di tali interstizi lo possiamo esemplificare nell’aderenza ad una subcultura della corruzione di membri della classe alta.Vi sono due elementi fondamentali da sottolineare: uno è dato dall’adesione a principi di illiceità che chiaramente sono in contraddizione con le norme cosiddette etiche che non solo sono proprie di quella classe sociale, ma addirittura dell’entità societaria alla quale questa classe, con le altre classi sociali, appartiene.Ma l’altro elemento, più specifico e interessante in termini di psicologia sociale, è il fatto che anche il piccolo gruppo di appartenenza, quello famigliare anzitutto e quelli amicali e microprofessionali, colludono con la deviazione, anche solo tacitamente.Infatti appare improbabile che la moglie o i figli o amici e conoscenti, sia all’oscuro di cosa faccia il corruttore ( o il corrotto). Nella situazione italiana, dato il familismo dominante, tale collusione, anche se non viene rilevata giuridicamente, appare evidente.D’altra parte un esempio tipico, sia pure più spesso come interstizio sociale non esclusivamente intraclassista, bensì interclassista, è rappresentato dai fenomeni mafiosi e simili.

Questa estensione aldilà del soggetto attore ad altri membri dei piccoli gruppi di appartenenza, pone degli interessanti quesiti relativi anche alle modificazioni psicologiche delle persone.Se prendiamo, per esempio il coniuge o un figlio di un corruttore, o corrotto, essi, man mano, dovranno ristrutturare il proprio cosiddetto “mondo dei valori” e sentirsi in una situazione di conflitto con l’etica imperante nella propria classe. Ma il problema, sul versante psicoanalitico, che qui ci interessa, è quello di una trasformazione egoica che farà di tutto per tenere a bada i residui infantili della normatività superegoica.Questa trasformazione deve avvenire anche in termini di immagine di sé, anche se può collidere con le immagini “oneste” di altri .Meccanismi quali la negazione e la scissione vengono utilizzati per “ non pensarci” e quindi considerarsi integrati negli altri valori, comportamenti ed abitudini della propria classe di appartenenza

2-L’UNIVERSO DELLE DEVIANZE

Se noi affrontiamo il problema relativo a tutte le possibili devianze rispetto alle culture predominanti, dobbiamo osservare, come già abbiamo accennato, che non tutte le devianze sono da considerarsi significative dal punto di vista della qualificazione giudiziaria.

Anzi possiamo affermare che spesso le forme sub-culturali che si discostano dai valori predominanti possono essere generalmente denotate come “diversità” e, se siamo animi inclinati verso una tolleranza “democratica”, si afferma che devono essere accettate. Ma qui si fa un ragionamento superficiale e dettato dalla preoccupazione di non fomentare il conflitto sociale.Il motivo per il quale si formano delle subculture devianti, da quelle più pesantemente contrapposte ai valori dominanti (e spesso sanzionate giuridicamente) a quelle più lievi che sembrano non porre in essere l’azione sovvertitrice contro i modi di pensare e di comportarsi comuni, mi sembra essere basata su di una gerarchia di cause sociologiche e psicologiche.La variabile prioritaria appare più collegata alla repressione che, a torto o ragione, la cultura predominante esercita su di una serie di necessità biologiche e sociali.

Per esempio la repressione sessuale esercitata soprattutto dalle religioni monoteistiche ne è un chiaro esempio, anche se i difensori di tali ideologie, possono affermare, aldilà del risibile collegamento alle prescrizioni di qualche entità divina metafisica, che questa regolamentazione/repressione sia funzionale alla solidarietà sociale ed eviti comportamenti impulsivi e predatori.La dipendenza dalla specifica struttura sociale è in ogni caso evidente. Valga a titolo di esempio quello relativo al cannibalismo in tribù di aborigeni, ai sacrifici umani in varie aree del mondo, alla pedofilia tollerata nel mondo greco ecc..

Le subculture devianti, quindi, nascerebbero dalla ribellione dalla repressione sociale dominante.

Ma c’è un’altra variabile che sempre di più si affianca, prende forza da quello che possiamo definire in termini di modello repressivo/ribellivo ed è rappresentata sia dai grandi cambiamenti sociologici strutturali, soprattutto economici, che avvengono storicamente nelle diverse culture, sia, e questa appare oggi come molto appariscente, dalle innovazioni tecnologiche e scientifiche in atto.Quando, con aria di sufficienza, soprattutto se anziani “benpensanti”, critichiamo la diffusione enorme di cellulari, computer e internet tra i giovani, non ci vogliamo rendere conto (e penso che in questo ci sia molta malafede) come siano ormai stabili valori e quindi atteggiamenti e comportamenti, di subculture diffuse ed evidentemente contrapposte a quelle comunemente condivise. L’esempio delle droghe può essere aggiunto.Si affianca a tutto ciò anche, un po’ pateticamente, la tendenza di quei gruppi cosiddetti adulti ad aderire a tali devianze. Cioè a passare con armi e bagagli nel campo nemico. La presa in giro che i giovani fanno di quegli adulti, magari già anziani, che assumono atteggiamenti e comportamenti “giovanili” ne è una riprova, anche se è necessario aggiungere che nelle subculture giovanili possa emergere, al riguardo, una reattività difensiva di difesa del territorio ( minacciato da adulti che magari fruiscono una più rilevante disponibilità economica).Quando, esempio, l’istintualità erotico-predatoria di qualche adulto, magari che fruisce di un ruolo sociale di valore, si appropria di qualche giovane donna, tale comportamento viene stigmatizzato ancora sia dai giovani, in quanto invasione di territori, sia dai più anziani adulti per ovvii motivi di invidia ecc.

3-LE DEVIANZE “NORMALI” NELLA NORMALITÀ’

Se però continuiamo a classificare le devianze nei termini estremi che sono, soprattutto, quelli giudiziari oppure della salute mentale o dell’estremo disagio economico, rischiamo di isolare questa categoria concettuale dalla normalità e considerarla come riferita ad appendici negative delle classi sociali.Questa operazione tende quindi ad avallare un modello funzionalista, caro ai sociologi e antropologi di un tempo( l’esempio più tipico è quello di Durkheim), per i quali vi sono meccanismi automatici di riequilibrio che attuano, con l’espulsione di gruppi marginali, in sé dannosi per la cosiddetta normalità, un armonico sviluppo che segue dinamiche interne ai singoli gruppi.

Ma oggi, abbiamo la presa di coscienza dell’estrema complicatezza di molteplici variabili eterogenee.In questa prospettiva giustamente riferita all’caoticità di quelli che vengono definiti sistemi complessi, l’armonico sviluppo dei processi sociali, è in crisi.E’ l’aspetto che qui più ci interessa è dato dalle devianze che non sono stigmatizzate come estreme, ma che si sviluppano in modo infestante nell’ambito delle culture dominanti.Un esempio tipico, nella sua estesa banalità, è dato dal ricorso dei cellulari, preminente tra i giovani ma anche tra le altre classi di età, a prescindere dalle classi sociali di appartenenza.Il ricorso continuo e totale, a chat e messaggi , sia pure deprecato da pochi retrivi commentatori, tende a formare un’enorme cultura che sovrapponendosi a quella data come normale, acquista il carattere di sub-cultura deviante, senza la limitazione quantitativa delle “vere” devianze (magari sanzionate giuridicamente e terapeuticamente).L’interrelazione tra i singoli si stacca dal face to face, che tanto viene apologizzato dai fautori del “fraternismo” etico, sia progressista che conservatore.E’ evidente che questa trasformazione culturale derivi dallo sviluppo sincrono e correlato tra economie di consumo e sviluppo tecnologico.Anche se la nostra impressione, ovviamente difensiva in termini psicologici, è che nulla sia cambiato, la realtà che ne emerge è totalmente eversiva: non c’è più bisogno di guardare in faccia l’altro. Gli parliamo e ancora peggio gli scriviamo e addirittura arriviamo a metalinguaggi iconici (gli emoticon), senza essere in quella presenza fisica che tanto seduce ancora gli arretrati sostenitori del buon tempo antico.

Questo, quello dei cellulari estendibile a tutte le forme di internet, è un esempio banale dello sviluppo di una devianza (enorme come dimensioni e intensità), che si sviluppa nella cosiddetta normalità e man mano la sovrasta.La cosiddetta Scuola antropologica di Manchester ed essenzialmente il suo maggior riferimento, cioè Victor Turner, ha tentato di cogliere nel rapporto della cosiddetta Performance tra situazioni limenin e limenoid, la possibilità di vedere nelle devianze la spinta dinamica al cambiamento.A me sembra che in questa ipotesi però si tenti sempre di sottolineare il meccanismo funzionale, reintegrativo di equilibrio, delle passate teorie sociologiche .

Proprio il modo di vedere “caotico” del quale dobbiamo prendere atto, ci porta, mi sembra, invece, a sottolineare come sia la conflittualità che l’isolamento tendano a prorompere invasivamente nella cosiddetta normalità.Una metaforicizzazione di questi fenomeni, la troviamo a livello psicoanalitico, nella concezione della Melania Kein degli oggetti interni persecutori, poi sviluppata in modo così seduttivo, negli oggetti Beta da Bion.Anche se poi, la loro tendenza moralistico-terapeutica, tende alla riparazione e alla bonifica di tali elementi “sovversivi”.  

Ma prendiamo un altro esempio ed è quello dell’adulterio.

Ai tempi di Madame Bovary l’adulterio rappresentava l’unica possibilità di fuga metaforica dalla costrizione familistica e quindi, anche giuridicamente, rappresentava una tipica devianza marginale ( una situazione a parte, relativa alla gratificazione erotica esclusivamente maschile, era rappresentata dalla prostituzione).

Oggi l’adulterio, sia maschile che femminile, è una pratica probabilmente estesa (i sociologi si guardano bene di fare indagini approfondite sul fenomeno…), che non acquista rilevanza come devianza marginale, ma è integrata nella cosiddetta normalità, con tuttavia uno split antropologico-culturale che fa convivere l’evento con la struttura familistica, sia pure (eccetto qualche esempio relativo alle coppie “aperte”), con l’osservanza tacita del silenzio, anche quando vari indizi possono mettere sull’avviso il coniuge tradito. Quello che qui soprattutto ci interessa è la scissione dell’Io del traditore, il quale per poter sopportare le evidenti remore all’accadimento, e cioè paura delle conseguenze, senso di colpa per identificazione colla vittima coniugale, timore del giudizio sociale, deve sentirsi partecipe ad un’altra sub-cultura liberal-radicale e ribelliva.Ma l’operazione di scissione dell’Io, può avvenire solo perché l’adultero si sente supportato da un gruppo virtuale che ha elaborato, ampiamente, una multiforme ideologia.Questa multiforme ideologia va da elementi di tipo soggettivo, quali “finalmente ho trovato chi mi capisce” o “al sesso non si comanda” ad altre proposizioni sociologicamente  estese quali “bisogna ribellarsi alla repressione familistico-conservatrice” o “tutto è caotico, non c’è più nessuna regola” e simili.I giudici che a metà dell’800 condannarono Flaubert per Madame Bovary avevano chiaramente in mente come , data la funzione di Controllo Sociale della Giustizia, fosse necessario reprimere l’apporto all’ideologia dell’adulterio femminile, che il romanzo portava avanti.Ma l’adulterio femminile, come già quello maschile, avanzava a grandi passi, soprattutto quando ,alla fine del secolo, il massiccio intervento nel mondo del lavoro delle donne, le faceva “uscire” dalla costrizione familistica.

Esistono quindi subculture che possono entrare o meno in conflitto con la cultura dominante della classe sociale di appartenenza, e che si sovrappongono ad essa.Se poi, seguendo Turner, alcune di tali subculture diventino il catalizzatore del cambiamento sociale, come soprattutto afferma nella sua concezione della Performance (inserita nel discorso teatrale), è un altro discorso, che mi sembra peccare di un ottimismo progressista.Le Performance legate ad Auschwitz o ha Hiroshima e Nagasaki mi sembrano un po’ ostiche da coordinare con questo ottimismo.

Ma c’è un punto fondamentale che va aldilà di questo aspetto e che tocca più in generale il rapporto e tra sociologia e antropologia culturale ed anche la psicologia.Si ha l’impressione che l’enfasi posta sull’incidenza dei fattori culturali, valoriali, normativi nel produrre altri insiemi di simili fattori (quindi cultura che produce cultura) o addirittura produrre cambiamenti sociologici non sia che un edizione riveduta, corretta e modernizzata, delle vecchie concezioni dallo spiritualismo all’idealismo, per le quali è il pensare umano che produce azione, in una sorta di metafisica che svaluta la realtà (quella “reale” che conosciamo anche attraverso i sensi, ma non solo quelli).Accettare che sia la complessità dell’azione sociologica nella realtà è quella che produce “le idee” (argomento fondante di Marx ed Engels per quanto riguarda il rapporto tra struttura e sovrastruttura, anche se qui poi si arriva ad ambiguità paraidealistiche), ebbene questa ipotesi viene continuamente combattuta, o magari annacquata con discorsi sulla reciproca influenza.Penso che le ideologie siano prodotte dalla dinamica sociologica e che abbiano una funzione accessoria relativa alla legittimazione o meno dei soggetti all’interno dell’azione sociale  

Quello che però qui ci interessa, mi sembra, è il meccanismo dello splitting dell’Io nella partecipazione a subculture diverse e magari conflittuali.Nel capitolo che segue, cercheremo di vedere questo con riferimento specifico alla seduta analitica o, più in generale, ai trattamenti psicoterapeutici.       

4-IL PROBLEMA TECNICO PER L’ANALISTA    

Gli psicoanalisti della maggior parte degli orientamenti hanno spesso e volentieri bypassato il problema dell’incidenza della presenza immanente delle variabili sociologiche e antropologiche culturali nella pratica terapeutica (se eccettuiamo qualche esempio che partendo da Adler aveva innescato negli anni 40 la concezione della Karen Horney e di un non-analista quale Eric Fromm).

Quella che possiamo definire il dogma della “purezza” applicata al setting analitico, ha portato per oltre un secolo, a prendere in considerazione, in terapia, le dichiarazioni ed esposizioni della realtà vissuta dal paziente solo come modalità fantasmatiche del rapporto transferale con l’analista.Questo presupposto ha suscitato , negli anni del 68, i duri attacchi dell’antipsichiatria( a propria volta condizionata dal proprio dogmatismo marxiano), che accusava la psicoanalisi di essere uno strumento delle classi dominanti per controllare le situazioni psichicamente devianti ed integrarle tramite l’enfasi posta sull’assoluta prevalenza delle variabili tipo inconscio, impulsi istintuali, relazionalità infantili erotizzate con la corporeità e con le presenze genitoriali.Penso (ma potrei essere accusato di un eccessiva idealizzazione edipico-paterna) che Freud fosse a conoscenza che il problema psichico non si potesse esaurire esclusivamente con le varabili soggettive e certi suoi tentativi, maldestri ed ingenui, di trovare spiegazioni nei grandi comportamenti sociali, ne sono la prova.

Ma la prova maggiore è data dall’inserimento strutturale del Super-Io nella seconda topica.Infatti l’importanza data alla normatività superegoica va aldilà dell’asserita causalità genitoriale, investe tutta la normatività sociale.Ma come gestirla in una terapia centrata sul paziente, sulla sua soggettività, esasperata dal condizionamento inconscio e pulsionale fisiologico?Freud era diventato un “politico” che voleva preservare un impianto psicoanalitico anche a costo di farlo diventare dogmatico.La sua frase famosa quando teme che “l’oro della psicoanalisi diventi il piombo della psicoterapia” ne è la conferma.

Ma, ovviamente, come tutti i dogmatismi, anche questo non poteva prevalere, e le pressioni distruttive contro l’analisi si sono fatte sempre più forti, rivelando la presenza dello sviluppo di subculture di altre psicologie anche a base mista neuro-psichica. Si pensi alla tecnica dell’EMDR,quelle relative al rilassamento, e a tutta la vaste congerie “mistico-asiatiche”.D’altra parte, anche facendo una storia “moderata” della psicoanalisi, la gestione armonica delle diverse scuole e orientamenti è piuttosto imbarazzante . E viene voglia di tornare al dogmatismo scientista di Sigmund Freud, per trovare almeno un aggancio sicuro, sia pure obsoleto…  

  

  • Turner, Victor. Liminal to liminoid in play, flow, and ritual: An essay in comparative symbologyRice University Studies 1974.














sabato 17 luglio 2021

    LE TRAPPOLE METAFISICHE NELLE REVISIONI PSICOANALITICHE E PSICOLOGICHE

        

Assumere un atteggiamento critico nei riguardi di altre impostazioni teoriche e, quel che conta,  nella prassi clinica, può sedurre la nostra potenziale vocazione inquisitoriale. Accusare e condannare rappresentano uno degli sport preferiti dell'animo umano. Ma è necessario, io penso, correre questo rischio, davanti all'insinuarsi strisciante di revisioni teoriche che partendo da serrate critiche realistiche alla dogmatica psicoanalitica, tendono a portare avanti ,in modo più o meno dissimulato. un concetto di spiritualità. Cioè la psichicità come sinonimo di spiritualità. Poi dalla spiritualità alla religiosità il passo è breve, con tutte le conseguenze che ne seguono. Ora, anche se Freud, in nome di un positivismo scientifico, aveva scacciato Jung, lui stesso, ogni tanto costruiva ipotesi mitiche che tendevano ad una trascendenza senza controllo. Basti pensare al mito delle pulsioni, che basate sulle reali esperienze di piacere, dolore, aggressività, depressione della vita di ogni giorno, diventavano, invece, entità misteriose e fondanti, proprio per la loro indeterminatezza, qualsiasi visione del mondo. E anche l'insistere freudiano sulle ereditarietà filogenetiche, tipo le famose scene capitali, non solo pone dei problemi insolubili, allo stato dei fatti, a qualsiasi esperto dell'ereditarietà, cioè del DNA, ma anche qui libera la fantasia sul destino esistenziale umano in una visione epica e promoteica. Ma queste sfilacciature del pensiero psicoanalitico le ritroviamo dovunque , anche chi si è dichiarato esplicitamente materialista e scientista. Prendiamo per esempio il pensiero kleiniano e dei suoi seguaci( tipo Bion). Alla più o meno accurata descrizione dei comportamenti protoinfantli, cioè dei primi mesi di vita del bambino, si è associata subito la presenza attiva di meccanismi di identificazione/proiezione che permettono al neonato di avere già un assetto psichico che possiamo definire "adulto". Mi sembra evidente che qui le massicce proiezioni adulte degli autori hanno portato a definire una dogmatica dello sviluppo infantile che a volte, qualcuno, ha addirittura esteso al feto. E un'altra evoluzione ne è scaturita, sempre sulle basi di proiezioni adulte di chi vi aderisce concettualmente , e cioè l'assoluta preminenza dello scambio affettivo madre-bambino. Nessuno, ovviamente nega che la maggior parte delle mamme ami il proprio bambino e che questi riconosca tale affetto e possa soffrire quando questo viene a mancare. Ma da qui a condizionare totalmente tutto lo sviluppo futuro, nelle varie fasi della vita, diventa una reificazione dell'"amore della mamma", pronto per essere lanciato nel panorama extra-terrestre della metafisica. Freud, nella costruzione dell'Edipo, aveva cercato di sistemare, in una età più tarda, quando già il ricordo e l'acquisizione della parola ,aveva reso possibile una verifica reale delle idee e dei sentimenti del bambino, il problema dell'affacciarsi ,purtroppo anche conflittuale, al problema dell'affetto per i genitori, all'ansia del possesso, alla gelosia, alla depressione per ciò che non può essere nostro e, inoltre, problema fondamentale anche per i risvolti sociologici, della diversità di genere. Che poi Freud, per le sue manie sessuologiche, abbia attribuito alla presenza/assenza/castrazione del pene, un condizionamento totalizzante sullo sviluppo caratteriale normale e patologico, è un problema che riguarda la dinamica psichica di Freud stesso. Con l'Edipo, Freud pone il problema della relazionalità umana, non a due, come nel pensiero kleiniano e simili, ma a tre o, addirittura con l'aggiunta di altri non indifferenti (fratelli, sorelle, veri o immaginati). Ma questo aspetto e cioè del rapporto con l'altro, diventa la base di un'ulteriore deviazione critica e cioè in quella che possiamo definire "psicoanalisi relazionale", Qui si tende a negare la validità dei vari assunti freudiani, per concentrarsi su cosa avviene nel rapporto, reale o immaginario, con altre persone, sia nell'ambito della vita quotidiana sia in quella del trattamento clinico. Malignamente si potrebbe dire che ci troviamo davanti a costrutti che di psicoanalitico hanno ormai poco da spartire: l'onestà di chi la pratica dovrebbe condurre a non fregiarsi del "titolo" di psicoanalista. Ma spesso non possono fare a meno di abbandonare l'etichetta "psicoanalisi" dato l'enorme valore comunicativo che ha ancora. Un po' come il  brand name "Coca Cola". L'approccio relazionale la possiamo considerare una deviazione "al ribasso". Pragmatica, dedotta dalle impasse così frequenti negli interventi clinici. Tutto sommato è meglio cercare di discutere, in seduta, per quali motivi reali ho litigato con mia cognata, o cugina ecc., invece di approfondire, insieme, a quali altri agganci sempre più complessi, quanto dichiarato nella seduta stessa. Qui la fuga metafisica è ideologicamente diretta verso un relativismo di tutti i giorni, evidentemente fenomenologico, che non si permetta fantasiose costruzioni. Tanto vale chiamarlo cognitivismo. Ma il cognitivismo, nato come reazione alla psicoanalisi, nella sua forma primitiva, come comportamentismo, rivendica , per lo meno, un suo proprio assetto epistemologico. Non si appropria del termine "psicoanalisi". Se il  relazionismo ci porta ad una visione evidentemente esistenziale, al ribasso, con Lacan il salto ,data l'influenza sartriana , porta verso un'epicità esistenziale. La posizione di Lacan va vista anche nell'ambito sociologico dello sciovinismo francese. Una Francia, che ha avuto il Re Sole, la Rivoluzione, Napoleone, che nell'800 era la culla culturale del mondo, si ritrova, dopo pochi giorni nei quali i panzer tedeschi hanno fatto a pezzi la sua "grandeur"  a riprendere a vivere solo grazie a due popoli barbaroidi come Americani e Russi, Lacan diventa così la copia psicoanalitica del generale De Gaulle. Tutta la sua polemica è contro la psicoanalisi americana, utilizzando Freud come più gli piace. E soprattutto criticando l'immaginaire, in nome di una reificazione dell'Altro che si staglia in un indeterminato orizzonte epico-esistenziale ( che definirei essenzialmente depressivo )