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venerdì 30 settembre 2022

MONDO INDIVIDUALE 1,1-COLUI CHE CAMMINA DAVANTI A NOI La persona che ci cammina davanti, per la strada, ai nostri occhi è uno dei tanti. Lo classifichiamo spesso intuitivamente tramite parametri di "apparenza": sesso, età, alto, basso, con un aspetto esteticamente gradevole oppure sgradevolissimo, con abiti che denotano uno status, un'origine sociale ecc. Il nostro sistema "automatico" agisce come uno schermo radar che individua la presenza di un oggetto volante, le sue dimensioni, la sua rotta, la sua velocità ecc. Ma, e non è un caso, il nostro sistema "radar psichico" fa, spontaneamente un lavoro ulteriore: lo giudica simpatico, antipatico, amico, nemico e via. Cioè aggiunge attributi psichici che hanno origine in noi e dei quali non possiamo farne a meno. Questi attributi provengono da un nostro serbatoio, mnemonico, sempre attivo che si è formato negli anni della nostra vita e si chiuderà un giorno e cioè morirà con noi. In chi soffre di persecutorietà (anche se questa è una caratteristica molto comune in tutte le specie, umane e non umane) l'ostilità e/o la paura, dando una tinta più cupa alla nostra percezione di chi ci cammina avanti: a tal punto che verrebbe la tentazione di rompergli la testa con un corpo contundente, e magari qualcuno ogni tanto lo fa. Oppure, soprattutto se c'è una differenza di sesso e un aspetto gradevole, la tentazione fantasticata è quella di saltargli o saltarle addosso; e anche qui qualcuno lo fa o cerca di farlo. Ma su quali meccanismi automatici agiscono su di noi in queste circostanze, avremo modo di tornarci. Qui ci preme parlare di qualcosa di altro. Di qualcosa che ha una dimensione enorme e sovrasta e accompagna chiunque cammini davanti a noi o dietro di noi o, evidentemente, noi stessi. E' il proprio mondo interno. E' la massa di scene, di rappresentazioni, di dialoghi interni, di sensazioni piacevoli o spiacevoli, di propositi roboanti o di previsioni depressive. Oppure di distacchi, di forme di non-pensiero, di quello che potremmo assimilare al cosiddetto pensiero autistico: fuggire senza lode e senza infamia verso un nulla . Si badi bene che qui sto considerando solo i contenuti consci, consapevolizzati, quelli che se soggetti a stimolazioni, esterne e/o interne, richiamiamo dal nostro serbatoio mnemonico. Non sto accennando( anche se poi dovremmo discuterne ampiament) ai contenuti che sono ai confini: pensieri scacciati che cercano, subito repressi, di affacciarsi alla consapevolezza oppure ai sogni oppure ai deliri. Cioè di tutto quel materiale che più di ogni altro, si collega all'ipotesi che Freud chiama e getta lì provocatoriamente: Fantasie inconsce. Sto parlando solo, per ora, di quel mondo consapevolizzato che le anime belle dei fenomenologi hanno definito in termini di "esperienza del mondo" e amenità del genere. Sto parlando della "Nube"di pensieri, rappresentazioni, sensazioni, stati d'animo, che sovrastano ognuno in termini di un continuo incessante lavoro, sempre in attivo e che, appunto, ci accompagnano,poi, anche durante il sonno, nelle strampalate scene dei sogni e che forse trovano riposo solo nel cosiddetto pensiero di "nulla", il pensiero autistico,oppure nel sonno profondo che probabilmente non è che la copia, per fortuna ancora temporaneamente limitata, di un sonno eterno, cioè la morte. 1,2-LA NUBE Prendo in prestito con un'evidente funzione metaforica il concetto/termine di "Nube" ( cloud in inglese) dal lessico informatico. A livello informatico la "Nube" rappresenta la possibilità di riversare dai propri dispositivi dei contenuti e cioè materiali visivi, uditivi, verbali, in una grande memoria collettiva che è posta fuori dal nostro computer e renderli quindi comuni, sempre che lo si voglia, ad altri dispositivi miei o altrui in una sorta di banca universale. Prendo in prestito metaforico questo concetto sia perché colpito dal senso stesso del termine Nube e cioè agglomerato, apparentemente senza legame, di contenuti sia e, soprattutto, perché indica l'enorme quantità di elementi che premono, senza tregua (eccetto i casi limite sopraccitati del pensiero autistico, del sonno profondo), sul soggetto. Noi non ci rendiamo conto che il nostro malcapitato amico sconosciuto che cammina davanti a noi, come i tanti personaggi buoni e cattivi che frequentiamo, o le moltitudini passate, presenti e future, che hanno vissuto o vivono o vivranno sul nostro pianeta, sono tutte soggette a questa "Nube" individuale sempre attiva, continuamente alimentata, a volte piacevole, a volte persecutoria. Ma è anche un deposito che richiama la collettività di analoghi ricordi, fantasie e pensieri di tutti. Facendo ben presente che non si tratta di un deposito comune collocato in una dimensione extra-materiale, quindi metafisica (tipo le costruzioni archetipiche di Jung), ma solo il fatto che le esperienze soggettive dei singoli, prodotte in condizioni comuni, sono simili tra di loro. Se ha amato una ragazza dai capelli biondi e il mio vicino di casa invece si è sentimentalmente perduto per una dai capelli bruni, avremo tutti e due,nella nostra Nube individuale, l'immagine della passione per una ragazza, solo diversa per i suoi attributi di vario tipo. Cioè i fatti individuali si generano nella collettività e tornano ad essa, come ci insegna l'Antropologia Culturale. Eppure l'esperienza soggettiva della nostra Nube personale ci dovrebbe fare riflettere su questo: e questo lo hanno tentato anche in varie ideologie, religioni, esternalizzazioni artistiche ed espressive. Ma quello che sfugge, e noi analisti diciamo, quello dal quale ci difendiamo, è la globalità, dei contenuti, la loro specificità spesso meschina di vita quotidiana, la loro continuità dinamica, senza sosta eppure spesso persecutoriamente ripetitiva. Lo sappiamo noi analisti per i quali l'analisi, se veramente analisi, non può non durare che anni. I contenuti della nostra Nube o delle Nubi che albergano nelle teste di tutte le persone o che albergavano in quelle di chi oggi non è più, non hanno caratteristica statica: non solo "cose" depositate in un grande magazzino dalla nostra vita. Sono in continua relazione reciproca, si estinguono o si affievoliscono, nascono o fioriscono impetuosamente ma, soprattutto riguardano ogni aspetto della vita intera ed esterna dei soggetti. Con grande dispiacere di chi sottolinea dell'uomo l'elevatezza dei pensieri e dei sentimenti, qui abbiamo di tutto, dai minimi particolari alle visioni globali e, soprattutto questi contenuti non fanno che interagire tra di loro in paradossali combinazioni che unisce il fastidio per una corrente d'aria alla depressa constatazione che il futuro dell'esistenza umana è senza speranza. Ma prima di approfondire la dinamica di questa enorme globalità immanente, è importante riflettere su certi aspetti che riguardano la relazione tra soggettivo, collettivo e oggettivo. 1.3-LA CONTRAPPOSIZIONE TRA SOGGETTIVO ED OGGETTIVO (e/o COLLETTIVO) Per millenni filosofi, saggisti, poeti e letterati, ideologhi e teologi, hanno disputato su la contrapposizione tra il soggetto individualizzato e tutto ciò che è collettivo. Il solipsismo individuale è stato considerato, dai sostenitori del collettivo, come una pura difesa alle frustrazioni di sistemi sociali oppressivi. Dal loro canto i soggettivisti individualisti hanno fatto l'apologia di un'identità irriducibile alle determinazioni sociali, un'identità che si erge solitaria incontro al proprio destino o simili. Più o meno sia da una parte che dall'altra, qualche volta, anzi spesso, si sono introdotte altre entità, più o meno metafisiche, per rafforzare le proprie visioni. Qui non ci interessa questa disputa. Ci interessa, dal punto di vista euristico, di delineare come il problema che stiamo affrontando e cioè quello della Nube attiva dentro ognuno di noi, colga ambedue gli aspetti, senza per questo far determinare uno dall'altro o inversamente. In altri termini: non solo i contenuti della Nube sono estratti dalla realtà che ci circonda e che ci ha circondato, ma, a propria volta viene continuamente rielaborata sulla base del senso della nostra soggettività irriducibile agli altri. Insomma ad una soggettività solitaria. Anche perché in questa soggettività solitaria si incastra, sempre più potente, l'apporto neurofisiologico. Purtroppo siamo anche esseri "materiali". Questo materialismo è spesso dimenticato e si considera il corpo come un incidente del quale non possiamo fare a meno se non nella fine mortale. Il dualismo anima-corpo è duro a morire e, quello che è più paradossale, che esso continua ad agire anche nelle visioni ideologiche cosiddette sociali, sostituendo l'anima individuale con quella collettiva. Nelle attuali nuove visioni psicoanalitiche che ripudiano la teoria degli istinti di Freud, tipo quelle relazionistiche o fenomenologiche (es. Lacan), il vero rifiuto riguarda proprio il materialismo. L'anima, buttata fuori dalla porta, torna dalla finestra. 1.4-STRUTTURA E DINAMICA DELLA NUBE Nella cosiddetta Seconda topica ("L'Io e l'Es" 1922), Freud insoddisfatto dalla Prima topica che contrapponeva l'Inconscio al Conscio cerca di costruire un'ipotesi strutturale e dinamica della psichicità. l'Es è il portatore psichico dell'istintualità neurofisiologica, il Super-Io è il portatore della introiezione della normatività sociale e l'Io è il gestore delle spinte di queste due istanze con, in più, la pressione della realtà. Freud dice che l'Io è servo di tre padroni. In questo contesto l'Io, sempre di più si configura come un mediatore di tutte queste spinte, costruendo un sistema reattivo di difese che, paradossalmente accontenta le loro esigenze senza fare predominare nessuna. Nei sintomi dei disagi psichici le difese diventano parossistiche, nel cosiddetto carattere di ognuno, si solidificano. Considerando questa ipotesi, possiamo ritenere che i contenuti della cosiddetta Nube siano prodotti dall'Io per mantenere l'equilibrio difensivo. Ma è un equilibrio instabile poiché le stimolazioni che sia dall'interno che dall'esterno, sono continue: alcune ripetitive e costanti, altre variabili e spesso inattese. Qui può essere interessante utilizzare il concetto di funzione "scenica" del'Io, di un'analista tedesco, Argelander (1970),ripreso anche recentemente dall'americano Balter( 2012). La funzione "scenica " del Io consiste in una produzione , basata sui contenuti mnemonici, percettivi, verbali, ecc. a disposizione, di elementi psichici che possano soddisfare l'adattamento difensivo il meno doloroso possibile, alla stimolazioni che le tre istanze padrone delle'Io (Es,Super-Io e realtà) continuamente mettono in azione. Vi è qui una totalità che continuamente si forma, si costruisce, si deforma, si trasforma dei contenuti della Nube. Può essere interessante considerare questo concetto nella concretizzazione delle opere creative. Appare troppo semplicistico il discorso di Freud sul Poeta e la fantasia (1907) per il quale la fantasia come l'opera creativa gratifica la tendenza al piacere in forma socialmente accettabile. La creatività appare invece come un'azione della funzione scenica del'Io, che continuamente agisce su di essa non solo nell'atto della produzione ma anche in quello della continua rivisitazione. E' anch'essa espressa nella Nube. Se la funzione scenica è ripetitiva e statica, la creatività sarà altrettanto stereotipata. Se invece è flessibile, dinamica, sempre in cerca di oggetti nuovi, la creatività sarà altrettanto produttiva e innovativa. Ma cosa differenzia le due modalità? Probabilmente le vicissitudini dell'investimento di oggetti di piacere e di oggetti distruttivi della struttura caratteriale di ognuno. .5-DIVAGAZIONI SUL SISTEMA PSICOLOGICO INDIVIDUALE E' necessario fare una piccola divagazione su quello che possiamo definire come il Sistema Psicologico Individuale per chiarire meglio la movimentazione strutturale della nostra Nube. In genere le persone hanno una concezione abbastanza semplificata della propria psicologia: ci sono sentimenti che vanno e vengono , soddisfazioni, senso di potenza, ansie, depressioni ecc.. Ci sono cose nel mondo che attraggono,altre che respingono e altre ancora, la maggiore quantità delle quali si è indifferenti . Più in là non si va e questa convinzione viene rafforzata dalla banalità degli interventi delle persone conoscenti, dei talk show televisivi, dei discorsi letti sui giornali o su qualche libro più o meno divulgativo. Poi qualcuno, magari per delle inquietudini notturne o per le ansie causate da avvenimenti spiacevoli improvvisi, si pone delle domande su cosa c' è nella propria testa che non ha funzionato bene o che non funziona bene . Ma un parvenza di rassicurazione poi viene subito ripristinata o con il non pensarci, o con il dare la colpa agli altri o con il rivolgersi al Padreterno e simili. Qualcun altro , se i malesseri psichici diventano più continui può anche rivolgersi al medico della mutua che darà loro ansiolitici o antidepressivi oppure a qualcuna delle variegate tecniche psicoterapeutiche che il mercato della sofferenza psichica offre. Qualcun altro viene anche da noi psicoanalisti e qui, rispetto alle altre summenzionate tecniche psicoterapeutiche, si trova davanti ad un problema: è costretta a tenere continuamente conto di quanto sia vasto il proprio mondo interno, di come non ci si possa accontentare di quattro banalizzazioni descrittive dei sentimenti e della emozioni. Per questo alcuni preferiscono andarsene via dall' analisi ed altri, magari ma non solo dall'esterno a parlarne male: è il mondo interno che fa paura. Dopo tutto non hanno torto perché il mondo di ognuno è una voragine senza fine, piena di contenuti ambigui e ansiogeni. Chi glielo fa fare quando qualche banale tecnica, magari di origine orientale da loro l'illusione di cavarsela a basso ( anche reale) prezzo? L'unico problema resta quello che , magari prima di addormentarsi oppure sul finire delle domeniche, qualcosa li assale ansiosamente o depressivamente . Sta di fatto che ognuno ricorre ad un sistema di valutazione psicologica personale. Costruito negli anni, magari spesso modificato sulla base della propria esperienza psichica, sul rapporto con la realtà, sull'influenza degli altri ed anche sullo scorrere della vita. Ciascuno è psicologo di se stesso, ma l'alternarsi degli eventi e delle stagioni produce continue ed intense modificazioni. Un problema sorge quando il nostro sistema psicologico autoctono viene utilizzato per interpretare gli altri. La stereotipia dei giudizi e delle reazioni.,quando espresse, si possono scontrare con la difesa soggettiva dell'altro con tutta una serie di conseguenze. Ma nel nostro Sistema Psicologico Individuale c'è un altro elemento che è fondamentale e appare sempre presente: Il senso di identità. Il tema del senso d' identità e cioè come mai noi ci sentiamo sempre noi stessi, resta un problema abbastanza insoluto. Ora possiamo avanzare l'ipotesi che il senso d'identità non sia affatto connesso con un "reale" senso d'identità bensì sia solo la sensazione di essere sempre noi stessi. In altri termini: in qualsiasi situazione, se interrogati, affermiamo di sentirci noi stessi. Ma questa è probabilmente una falsificazione. Ogni volta siamo qualcun altro (come abbiamo già spiegato) in quanto in quella data situazione è il nostro io-situazione che predomina. L'esempio più chiaro è dato dal sogno. Ci sentiamo noi stessi ma in situazioni completamente assurde. Tali situazioni perché vengono accettate con la massima naturalità e solo da svegli ci rendiamo conto di come fosse impossibile vivere con naturalità e cioè con la più fu totale accettazione, situazioni che avrebbe sicuramente rifiutato oppure nelle quali le nostre reazioni sarebbero state ovviamente diverse. Vi è cioè un'illusione data dal mantenimento di un'immagine del nostro sé‚ a qualsiasi costo. Questo fatto comporta, tra gli altri, un problema non indifferente cioè quello di come una persona possa in modi che a volte ci sembrano assurdi, mantenere in tutta buona fede certe posizioni, difendere a spada tratta dei punti di vista, accanirsi con l'evidente angoscia di chi teme che cedendo avvenga una catastrofe, anche se l'oggetto del contendere è di scarsa importanza. La vera catastrofe temuta riguarda in quel momento qualcosa d'altro: per esempio il dover sostituire l'io-situazione del momento che può gratificare impulsi di dominio, esibizionistici o sadici con una situazione nel quale emerga la passività e il masochismo e quindi ansia e depressione. Eppure in altre circostanze la stessa persona farà proprio emergere questa altra parte di sé‚ In ogni caso, in ambedue le situazioni, non viene mai a mancare il senso di un'identità del sé‚. ma è un'identità quindi falsa, che si adatta alle circostanze, si modifica e veramente "tradisce" (questo fatto la dice lunga sui reali tradimenti che costellano, privatamente e pubblicamente, la vita delle persone: spesso e volentieri si è completamente convinti che la nuova posizione assunta sia coerente con se stessi ecc..). Ora nel modello psicoanalitico classico questo fenomeno rinvia ad un inconscio nel quale i veri giochi sono fatti mentre a livello fenomenico ciò che appare è solo una conseguenza, un sintomo, una labile e contraddittoria espressione del conflitto tra motivazioni diverse non consapevolizzate . La scissione dell'Io fa scattare un certo sé‚ altre situazioni di un diverso contesto fa emergere un altro sé‚ e così via. Ma è il contesto quindi (esterno o interno a noi) che piega questa immagine di sé stessi alle nuove circostanze e lo può fare con la massima disinvoltura. A questo proposito notiamo che il timore di una scissione dell'io è talmente radicata che non solo neghiamo di essere diversi nelle varie circostanze (e se qualcuno ce lo fa notare inventiamo tutte le possibili giustificazioni) ma l'approccio esplicativa dato dalle varie psicologie considera questo fatto come patologico. Da un lato si ha sempre in mente la situazione clinica limite delle vere dissociazioni cliniche (" io penso di essere Napoleone" ) dall'alto si tende ad un modello coeso ed integrato, vera utopia rafforzata dalla pressione del controllo sociale. Questo atteggiamento unificatore lo ritroviamo dai vari approcci psicodinamici, delle varie scuole psicoanalitiche alle teorizzazioni della psichiatria esistenziale. Il fatto che si afferma che debba esserci una condizione base, quella "normale", nella quale integrazione, coesione e presenza costante di un certo se stessi ne è il paradigma, rende vulnerabili non solo ad una continua pressione da parte del controllo sociale, ma ha effetti anche sulla condotta della psicoterapia. Infatti se si è portati ad accettare che un paziente esprima contenuti dissociati ed anche aberranti, lo si fa con l'atteggiamento protettivo dell'adulto nei riguardi delle stranezze infantili, riservandosi perciò a tempo debito, di trasformare il bambino paziente in un adulto guarito. Però di qualcosa d'altro dobbiamo parlare e cioè dell'universo non solo dei grandi piaceri e delle grandi sofferenze, ma anche della gestione continua, quotidiana dei piccoli piaceri e dei piccoli disagi che il nostro sistema psichico deve affrontare. In altri termini c'è una gestione permanente della microgenesi di felicità e dolori. Un po' come probabilmente fanno gatti, cani e gli altri animali. Siamo così abituati a vivere la contingenza di ciò che a volte anche impercettibilmente ci da' piacere e fastidio., che lo consideriamo un fatto ovvio. Ma non è ovvio: c'è un continuo lavorio dei nostri apparati mentali che devono far fronte ad eventi interni, psicologici e fisiologici, a improvvisi assalti della memoria e poi ai rapporti con l'esterno, esterno nel quale la presenza di altri è preminente. Presenza di altri che si è intrufolata nelle nostre memorie e continua a voler emergere in una coscienza di se stessi , spesso con piacevoli risonanze ma , forse ancora più spesso, con persecutorie apparizioni. Noi siamo un luogo di fantasmi. Che poi tutto questo sia frutto di meccanismi inconsci è un argomento sul quale avremo molto da illustrare. Per ora, qui, ci interessa , anzitutto, costruire un quadro che usando una metafora politica, possiamo identificare in un governo di se stessi. Ma come tutti i governi si affanna e per lo più con scarso successo, a mantenere l'ordine pubblico interno e le relazioni esterne, ad un basso livello di tensioni. CAP. SECONDO-GLI ELEMENTI COSTITUTIVI DELLA NUBE: FANTASTICAZIONE E CONFABULAZIONE 2.1-LA MACCHINA SEMPRE IN MOVIMENTO Tornando alle fantasticherie e al dialogo interno dobbiamo sottolineare che uno degli aspetti della loro complessità consiste non solo in un'enorme articolazione multivariata dei propri componenti , ma anche da quella che potremmo considerare una dinamicità e soprattutto un'autonomia di tali processi. . Cerchiamo di spiegarci meglio. Se la funzione del mondo immaginario si esaurisse nella messa in atto di un processo di riequilibrio delle tensioni, sarebbe ovvio il ricorso a fantasie standard e ripetitive o a inibizioni (rimozioni, repressioni ). Invece il processo fantastico e confabulatorie è sempre in atto, non si ferma mai ( anzi prosegue anche nel sonno REM, con i sogni). Inoltre proprio le fantasie e confabulazioni ripetitive fanno parte della particolare clinica del Disturbo Ossessivo-Compulsivo quindi di una situazione della quale vi è un irrigidimento delle difese estremo. Ma nella vita normale questo non accade ed anzi risalta l'elasticità delle produzioni immaginarie come ben si sa quando facciamo la contrapposizione tra che è "senza fantasia" e chi è fantasioso. Vi è quindi in azione una "macchina" fantastica e confabulatorie gigantesca e mai in quiete. O meglio in quiete solo quando qualcosa d'altro, di esterno, ci coglie e ci conquista . Si potrebbe osservare che la produttività fantastica è spesso messa in atto da una stimolazione esterna o dalla previsione di una futura stimolazione esterna. Ma non è sempre così. Vi sono continuamente prodotti immaginari che emergono anche quando non vi siano eventi passati, presenti o prevedibilmente futuri che inducono reazioni fantastiche . E allora dobbiamo notare qualcosa d'altro che ci ricollega a quanto detto sopra sulla presenza immanente di un oggetto esterno che in effetti blocca l'immaginazione. I processi fantastici sono essenzialmente messi in atto nella solitudine ( solitudine non necessariamente reale, basta pensare a chi è soprappensiero pur stando in compagnia di qualcuno). In questo caso cosa significa essere soli? Significa anzitutto interrompere il collegamento percettivo-sensoriale o meglio abbassarne la rilevanza o meglio attivarlo solo in modo oscillatorio quel tanto che basta a chi è immerso nei propri pensieri di evitare di inciampare in un gradino. Se la solitudine o meglio l'attenuazione dei rapporto con la realtà appare come una caratterizzazione dei processi immaginativi, c'è qualcosa nella suddetta solitudine che ha a che fare con le fantasie e le confabulazioni. . La solitudine o meglio l'isolamento dal mondo esterno o meglio ancora l'inibizione o attenuazione della rilevanza degli stimoli esterni. Cioè è una macchina sempre in movimento. E' analoga alla macchina fisiologica che è continuamente in funzione nel nostro corpo e ci fa vivere. Ma la spiegazione va fatta risalire alla totale nostra "materialità" anche se le difese contro questa concezione materialista sono , ideologicamente, una costante variegata nei millenni della storia del pensiero umano. Questa. Se si vuole essere franchi, è una materia esplosiva. E' una materia esplosiva perché sempre censurata in modo negativo perché inibitrice dei comportamenti nella realtà e segnale di frustrazione rispetto alla stessa realtà- Ma si è andati oltre: pur di non accettarla e di criticarla si à passati in una situazione di opposizione estrema alla realtà stessa.Vengono in mente certe pratiche quali quelle orientali nelle quali la meditazione diventa diniego dei contenuti fantastici e confabulatori ( mi riferisco al buddismo o a pratiche tipo Yoga dove, colla benedizione di assunti metafisici, si tende ad un annullamento di queste detestabili rappresentazioni fantastiche che ci assalgono). Presupponiamo quindi che il flusso di rappresentazione visive ed uditive che investe la persona sia un continuum spezzato. Continuum in quanto temporalmente non ha mai sosta (neppure quando dormiamo! E chissà forse quando saremo morti...). Spezzato in quanto è instabile nella sua organicità , sia per quantità che per qualità. In altri termini i flussi rappresentativi non sono equivoci e tendono a scindersi in blocchi di pensieri fantastici e reali. Solo nelle gravi forme ossessive o in quelle depressive o paranoidi, esiste un insistere coatto su certi contenuti. Nella cosiddetta normalità le tematiche ripetitive sono presenti ma c'è una certa "libertà" di modificarne i contenuti, tenendo conto però della funzionalità strategica di quella fantasia e cioè, come esamineremo in dettaglio più avanti, perseguire una mediazione il meno onerosa possibile tra impulsi e difese contro i medesimi. Le modificazioni di dettaglio di questi prodotti fantastici diventano addirittura necessari per soddisfare il continuo e coercitivo richiamo al principio della Realtà. In altri termini io sono perfettamente consapevole che si tratta di contenuti irreali e nella provvisorietà del mio dover credere di essere normale, mi è proibito (dal sistema di controllo che denominiamo Super-Io)di diventare Don Chisciotte. Con tutto il rammarico per l'estasiante miraggio di essere questo splendente personaggio. Molti psicoanalisti affermeranno che io non posso trasformarmi in Don Chisciotte, perché è il senso di Realtà che me lo proibisce. A me sembra, invece che sia la normatività interna (il Super-Io) che blocca il viaggio, magari senza ritorno, nella fantasia allucinatoria del nostro Eroe. Ed è proprio il Super-Io ad essere il guardiano pubblico, il gendarme che ha la funzione di Controllo Sociale, stratificato tramite istituzioni e ideologie nei millenni, per mantenere la coesività e solidarietà degli agglomerati umani. " A regnar fortuna andiamo. Né mi destar se io sogno" diceva l'altro grande spagnolo Calderon della Barca. Ma l'integrazione sociologica non ce lo permette. O meglio ce lo permette solo nei frammenti fantastici che ci assalgono negli intervalli della nostra quotidianità o nella cosiddetta creatività, soprattutto quella definita artistica ( sempre però "regolamentata" da istituzioni, ruoli, ideologie ed anche condizionamenti dei poteri politici ed economici). 2.2-LE SEDUZIONI STRUTTURALISTE STATICHE Mi sembra necessario richiamare l'attenzione sul pericolo di adottare, nell'analisi dei processi che coinvolgono il mondo interno umano, una visione che definirei "strutturalista statica". Cioè una costruzione di modelli nei quali identificate delle componenti e dei legami che li collegano, si "ammirano" tali strutture nella loro immobilità nel tempo. Un esempio un po'dissacrante è data dalla concezione cristiana della Trinità. Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, pur collegati, hanno una staticità che è anche la base dell'ammirazione e quindi dell'adorazione che suscitano. E' una seduzione, questa, continuamente presente nelle visioni di tutti i tipi che contraddistinguono il nostro modo di vedere il mondo. Ma perché è una seduzione? L'origine, psicoanaliticamente parlando, può forse derivare dalla dipendenza da un unico oggetto della nostra esperienza : è il viso materno, il suo sguardo o il suo sorriso che incantano lo sguardo del bambino mentre viene allattato? Non sappiamo nulla di questo ( mentre i miei colleghi kleiniani probabilmente giurano che è così). Ma sappiamo che "l'Oggetto immobile" ha un potere di fascinazione potente ; basti pensare al perdersi nell'oggetto estetico, artistico, panoramico o simili che rende l'arte o il design o il turismo ecc. così attraenti. Qualcuno, un po'troppo propenso a interpretare l'Istinto di Morte freudiano estensivamente, potrebbe ravvisarvi romanticamente, la Morte stessa, il Nulla ecc. In ogni caso la seduzione dell'Oggetto immobile è potente e il concetto freudiano di Narcisismo può esservi connesso, là dove l'ammirazione per l'oggetto esterno si sposta su di un se stesso. Ora una di struttura, dove restano immutabili gli oggetti che la compongono, diventa un tutto unificato. La pluralità degli oggetti si trasforma in un unico oggetto. E quindi tale pluralità d'oggetti gode dello stesso potere seduttivo dell'oggetto unico. Questo spiega perché nella storia filosofica si è cercato di modificare tale staticità con concezioni quali il Divenire, la Dialettica, l'Atto ecc.. Tentativi che però spesso pagando un primo tributo al movimento, finiscono spesso essere risolti in un evento di nuovo statico. Che lo si chiami Sintesi in termini hegeliani o Eterno ritorno niciano, il risultato appare lo stesso : il trionfo dell'Oggetto immobile (con tutta la sua fascinazione…). Ma si sono levate anche le voci opposte, per esempio Eraclito e Bergson, per rivendicare la radicale immanenza del movimento. Lo stesso Freud così attento ad identificare gli aspetti dinamici dei processi psichici, non ne resta indenne: che si tratti della metafora relativa ad un Istinto di Morte dove l'organico tende a tornare all'inorganico, o alla posizione dominante del Fallo (e qui i lacaniani se ne impossessano con sovrabbondanza) l'attrazione della staticità agisce in lui. Ma già, come abbiamo osservato, in certe ambiguità del concetto di Narcisismo si intravede la potenza dell'Oggetto immobile. Ora ci si deve chiedere ma perché questa staticità appare così totalizzante mentre la "vita" scorre in una continua messa in scena di piaceri e di dolori? Psicoanaliticamente parlando possiamo fare una prima ipotesi relativa alla funzione difensiva della staticità: funzione difensiva che si esplica nell'evitamento di pericoli possibili ( ma anche di piaceri possibili, ai quali non siamo legittimati dalle coercizioni interne e/o esterne). Ma forse non è sufficiente proprio per la seduttività della staticità stessa. C'è un'attrazione che appare morbosamente presente. Forse è questo il vero senso dell'Istinto di Morte freudiano che diventa quindi un possibile "luogo" di piacere in quella che lo stesso Freud definisce fusione degli Istinti (Eros e Thanatos) e che, ripetiamo, trova anche un terreno fertile nel Narcisismo. Quando nell'opera di Catalani "La Wally" la protagonista canta "Ebben! Neandrò lontana", la dinamicità del movimento trova il suo compimento nella staticità della fine: la staticità quindi trionfa sulla attività. Ed è un discorso tutto narcisistico della protagonista. Come purtroppo avvia anche nei suicidi, negli omicidi, nelle gravi forme depressive. Sono tutte situazioni nelle quali l'attività è posta al servizio di una tendenza alla staticità : l'Oggetto immobile trionfa. I Romani dicevano "cupio dissolvi" : bramo ( quindi è Eros) essere annientato (quindi Thanatos). E questo è anche il problema che si pone nella terapia psicoanalitica: le resistenze al cambiamento rispetto ad una situazione di disagio psichico, paradossalmente si concretizzano nella staticità rispetto ai buoni intendimenti della cura. Questo è stato sinceramente illustrato nel Freud di "Analisi terminabile e analisi interminabile" (1937). Questo spiega la lunghezza delle analisi ( ed anche la necessità di avere analisti molto intelligenti e in continua formazione. Ma qui è meglio fermarsi perché è un terreno professionalmente minato…). Torniamo ora all'argomento dal quale siamo partiti è cioè quello di utilizzare, quando parliamo del mondo interno delle persone, dei modelli strutturali statici. Ma c'è di peggio e cioè nel costruire un modello noi possiamo optare per la staticità quando un processo dinamico lo riduciamo ad un movimento di causalità lineare e cioè " questo produce quest'altro". Nelle scienze cosiddette naturali i modelli impiegati sono di tipo multivariato e cioè si considerano tutti i fattori che agiscono si di un oggetto e che, addirittura, interagiscono tra di loro. Nella spiegazione psicologica che non solo ognuno si da' (per sopravivere) ma che viene ampiamente divulgata e concretizzata nelle ideologie (ampiamente nutrite dai mass media, dagli insegnanti, nei gruppi parentali e in quelli amicali), si accetta una dinamicità dei componenti delle strutture ma solo nei limiti della causalità lineare. Quando una moglie scontenta afferma "mio marito non mi capisce" applica un modello statico e semplificatorio del processo relazionale in atto ( nel quale c'entrano le diversità caratterologiche di ciascuno, le diversità ideologiche dei propri gruppi di appartenenza e riferimento, le condizioni socio-economiche, quelle salutistiche ecc.ecc.). La staticità esplicativa, con tutta la sua riduttività semplificatoria, è una tipica funzione difensiva che appare come un buon riparo al momento ma è una difesa molto fragile e che continuamente è messa a rischio dalla dinamicità della vita interna ed esterna delle persone. Per questo c'è un continuo fiorire di professioni che si guadagnano da vivere (purtroppo magari anche in buona fede…) nel costruire modelli interpretativi ideologici con i quali si cercano di gestire le falle dei propri apparati psicologici. Giornalisti, pubblicitari, insegnanti,sacerdoti,conduttori televisivi,intellettuali,psicologi,medici ecc. è tutta una gara per riempire il grande paniere delle ideologie, nel marketing delle visioni del mondo e dei suoi abitanti. Ovviamente qualche sociologo mi farà notare come queste siano funzioni di Controllo sociale per mantenere coesività,solidarietà ed efficienza dei gruppi ed istituzioni sociali. Tuttavia aldilà degli appelli alla cooperazione collettiva per in nome di" principi etici" è necessario anche stare attenti alle fratture individuali rispetto al totalitarismo imposto, come ci insegnano i comportamenti devianti, delinquenziali,psicopatologici ecc.. Fratture individuali che cementate da una socializzazione diversa possono essere sfruttati da dei Messia che vogliono imporre sulla Terra un regno celeste o qualcosa che gli assomigli. 2.3-LA QUOTIDIANA, FATICOSA, LOTTA PER LA SUPREMAZIA I sostenitori della bellezza dell'anima non accettano che solo come aberrazioni o malattie, certi impulsi "cattivi" sembrino apparire con una certa frequenza negli individui e nei gruppi sociali. Ma trovo noioso soffermarmi sulla molteplicità sociale e individuale delle cattiverie umane: altri se ne sono occupati e continueranno ad occuparsene. Qui mi preme sottolineare come ci sia un continuo lavorio psichico, anche nelle moltitudini più inoffensive, sul piano individuale, per una continua lotta per la supremazia, la conquista o riconquista di territori psichici nella relazione con gli altri.Il nostro apparato interno non fa che macinare fantasie di scontro, di assoggettamento o di liberazione da fantasmi altrui vissuti come invasori, persecutori, sfruttatori ma, soprattutto come dominatori.Questa diuturna lotta paranoide è naturale negli animali: che siano della stessa specie o di specie diverse, il mondo zoologico (e forse anche quello vegetale), vivono o forse sopravvivono in uno scenario persecutorio. Questa stessa tendenza è presente negli esseri umani. Lasciamo da parte se ciò sia derivato dalla nostra eredità genetica o dai gruppi, classi o aggregati sociali nei quali viviamo. Perché anche questo è un argomento noioso e senza via di uscita. Prendiamo atto, per l'argomento di base che trattiamo è cioè per la dinamica del mondo interno personale, che la nostra macchina psichica continuamente macina scenari di supremazia, di lotta. Ma non voglio neanche riferirmi all'esplicazione nei comportamenti litigiosi tra partners amorosi, condomini, colleghi o superiori lavorativi, automobilisti o simili. Faccio riferimenti alle fantasie impellenti, intrusive, continue che affollano l'immaginario di ognuno. Che poi queste fantasie, qualche volta, si concretizzino in effettivi comportamenti rissosi ai quali abbiamo sopra accennato, è un altro discorso e che interessa i miei colleghi esperti nella "relazionalità". Qui voglio solo riflettere sui prodotti psichici interni: sulle fantasie di continue dispute che cerchiamo di volgere al meglio, per noi. Ma queste fantasie hanno spesso un'origine contingente: un ricordo, un pensiero, il trovarsi davanti ad una situazione reale, una parola udita o magari solo letta ec.. A volte il ricordo ci spinge a lottare con persone del passato o addirittura già decedute (senza rispetto per i poveri morti…). Che il trigger, cioè il grilletto che fa scattare la reazione persecutoria, sia essenzialmente un precedente, identificabile fatto reale non esaurisce né la ricostruzione causale né la funzionalità di quanto si manifesta. Qui ci preme sottolineare due aspetti relativi soprattutto (ma non solo) alle fantasie persecutorie: -La universalità del fenomeno. Tutti ne sono coinvolti. E non è solo un problema statistico ma anche un più importante problema relativo alle origini. -La resistenza consapevole non solo a parlarne (il che sarebbe il meno) ma a rifletterci sopra, dentro di noi. E, in genere, quando lo facciamo siamo portati ad un'autogiustificazione nei termini o della responsabilità altrui, o della legittimità delle difesa o, con un po' di più di sincerità, come la reazione di certe caratteristiche esagerate del nostro carattere. Quello che stupisce è il tentativo estesissimo di ignorare questo fenomeno. Scienza psicologica, religioni, letteratura e filosofia ogni tanto ne accennano ma come se fossero incidenti di percorso, da un lato inevitabili e dall'altro lato da correggere. 2.4-MA DI COSA SIAMO FATTI? Congedata con un po' di rammarico l'illusione che siamo padroni in casa nostra, dobbiamo cercare di formulare qualche ipotesi che metta in luce quale sia la natura, dimensione e azione di questa macchina interna, continuamente infiltrata dai frammenti dell'illusione che "Io sono,penso,voglio,agisco".Ma forse è inutile richiamare i più a questa scomoda realtà: può essere invece interessante considerare perché dobbiamo essere così tenacemente legati a questo ideale egocentrato.Ci appare più semplice considerare come l'esigenza di una continua riaffermazione della nostra autonomia sia una funzionalità difensiva nella quotidiana lotta per sopravivere. Se abdichiamo all'illusione di essere gli artefici della nostra autodeterminazione ci possiamo sentire travolti, come probabilmente è accaduto nella primissima infanzia quando il bambino molto piccolo era in una assoluta dipendenza dall'esterno e dall'interno di se stesso. L'emergere dentro di noi dell'illusione autocentrica sembra sorgere, soprattutto, da due fattori complementari: uno relativo al fatto che lo sviluppo progressivo della propria capacità d'azione sulla realtà produce rafforza il proprio senso di un se stesso in grado di decidere. Ma il secondo fattore, più fondamentale, è dato dall'azione cosiddetta "educativa" degli adulti che continuano a rimarcare il concetto di responsabilità, costituendo un tramite con la funzione sociologica di Controllo: tutti dobbiamo diventare " bravi cittadini" con l'evidente vantaggio della prevedibilità dei comportamenti sia nei rapporti interpersonali che in quelli sociali istituzionalizzati. E' interessante osservare come nella pletora, spesso indecente, della comunicazione collettiva, non solo mediatica tipo quella televisiva, giornalistica, pubblicitaria ma anche nella affermazioni che si autoproclamano "serie" come quelle ideologiche nei vari ambiti etici, religiosi, politici,giudiziari ecc., la riaffermazione del presupposto di responsabilità autocosciente non solo sia immanente ma ne sia anche il fondamento. Si può capire che nello specifico universo giudiziario il principio della responsabilità personale sia fondamentale data la funzione di coesione sociale di tale apparato. Ma la cosa più divertente è rappresentata dal continuo richiamo di tale responsabilità nei rapporti interpersonali. I litigi di coppia, quelli famigliari, amicali , di lavoro ecc. fanno un continuo riferimento alle supposte violazioni dei principi di responsabilità soggettiva. Nella vignettistica rappresentazione di questi conflitti, le accuse reciproche di "aver voluto fare" o di "non aver voluto fare" qualcosa di dovuto raggiunge apici che sarebbero in genere piuttosto umoristici, se purtroppo non alimentassero climi di tensione , odio,persecutorietà. E magari, qualche volta, sfociassero in comportamenti oggettivamente violenti. Ma qui non ci interessa approfondire quanto è già oggetto di interesse, ovviamente in malafede, per conduttori televisivi e giornalisti. Ci interessa solo avanzare l'ipotesi che l'illusione-seduzione del principio che io sono il padrone in casa mia (psichica), rappresenti una convinzione umana che non si può, se non con un lento e faticoso lavoro (quello psicoanalitico, per esempio, ma non è il solo), modificare.Ma proprio considerando l'ambito analitico, è interessante osservare come molti miei colleghi, sia sul piano teorico che su quello pratico, vedano nella liberazione dagli intoppi patologici, la possibilità dello sviluppo autonomo di un se stesso, che si "autodetermina" ( dicono proprio così…), nella conoscenza, nella volizione, nel comportamento. Hanno per lo meno il pudore di non invocare che tutto questo è fatto in nome della maggior gloria di Dio, della coscienza cosiddetta sociale, della patria e cose simili. Però, a volte, si avanza l'insinuazione che il fine della terapia sia quello di liberare forze vitali del se stesso, coercitate dai disturbi e problemi. Con altre parole si afferma che lo scopo della cura è sempre quello di diventare padroni in casa propria .In effetti questa totale illusione è immodificabile poiché affonda, probabilmente nell'esigenza di non sentirsi alla mercé di forze incontrollabili, come già avviene per il funzionamento del proprio corpo, dei moti della natura o per gli eventi sociali. Lasciamo quindi al popolo e ai suoi maestri le proprie illusioni, ma per lo meno chiediamoci quali possano essere le reali forze che ci conducono senza la possibilità di orientarle o di controllolarle.

mercoledì 23 febbraio 2022

 

POESIA: L’IMMAGINE VISIVA EVOCATA DALLA PAROLA

Negli anni 70 (1), uno psicologo cognitivista , Paivio, costruì ,suffragata da una serie di esperimenti , l’ipotesi che anche quando usiamo un comportamento verbale ,  si crei un’immagine visiva parallela. E’ la teoria del Dual Code. Tale immagine, generalmente, è però in subordine di consapevolezza rispetto a quella verbale, Ovviamente questa modalità evita una confusione, una sovrapposizione dei risultati dei due codici.

E’ probabile che per altri esseri animati, non dotati di verbalizzazione significativa, si formino, in modo importante, anche altre percezioni oltre quelle visive, per esempio uditive, olfattive.

Quindi, considerando questa ipotesi possiamo chiederci come anche in una verbalizzazione specifica, quale la poesia, nella lettura o nella recitazione, si formino delle immagini dentro di noi.

E’ quello che in genere è considerata la “rievocazione” prodotta da un verso o da una parola. Ovviamente comune a tutti i campi verbali, ma che acquista un particolare importanza nella poetica, poiché non sembra disgiunta da un apporto emozionale, positivo o negativo, tale da sviluppare spesso anche il giudizio critico.

In altre parole, un prodotto poetico può suscitarmi non solo emozioni in se stesse (diciamo emozioni allo stato “puro”) o associazioni con altre verbalizzazioni ma anche immagini visive che, a propria volta, possono essere stimolatrici di emozioni.

E’ interessante cercare di analizzare anche quale sia la posizione del soggetto nello scenario evocato: di semplice spettatore o di partecipante, attivo o passivo?

 Chi non accetta che le emozioni siano il fulcro dell’agire umano, può considerare  la tesi che le immagini diventino un potente supporto alla funzione  comunicativa concettuale della verbalizzazione.

Ma qui vorrei considerare come, in ogni caso, lo status delle immagini che emergono, per la teoria del Dual Code, durante la verbalizzazione, si aggiunge alla problematica molto vasta che investe uno degli aspetti più importanti non solo della psicologia in generale ma, ma soprattutto della psicoanalisi. Quello delle rappresentazioni o scenari, costruiti mentalmente con un’estremizzazione speculativa relativa alle ipotesi di rappresentazioni “inconsce”.

Cioè noi saremmo soprattutto un luogo di scenari, creati, modificati, repressi.

Questi scenari che utilizzano materiale mnestico derivato dalle nostre esperienze (lasciamo per ora altre concezioni che possono sfociare in visioni di base metafisiche), vengono costruiti al momento dalla stimolazione interna o esterna, oppure sono già presenti in noi, nel serbatoio della memoria e vengono richiamati al momento?  Abbiamo due esempi specifici. Uno riguarda sogni e deliri, l’altro le fantasie, create specificatamente o emergenti.

Nei sogni l’assemblaggio contingente di immagini diverse è evidente. Dando luogo a situazioni surreali che però data la persistenza della nostra sensazione identitaria “normale”( uno dei fenomeni meno spiegabili), appaiono al momento reali e non contraddittori.

Nelle fantasie la narratività logica sembra che sia un requisito irrinunciabile, anche se abbiamo un’area di confine nella quale l’immaginazione può scivolare verso l’indeterminatezza (le filosofie orientali ci giocano molto al riguardo).

Ma se la parola, in questo caso poetica, stimola non solo emozioni dirette ma anche scenari, a propria volta scenari autonomi o percezioni stimolano la verbalità, soprattutto poetica.

Cioè c’è uno scambio cosiddetto di reciprocità causa-effetto.

Considerando ora il problema delle rappresentazioni inconsce, qui la riflessione si aggroviglia anche dalla non chiara e verificabile concezione dell’inconscio.

In ogni caso l’affermazione freudiana che scenari inconsci, basati su esperienze infantili, continuino, nella spinta verso la consapevolezza, a trasformarsi in altre immagini, in parole, in sintomi, è molto seduttiva. Quindi, specificatamente per la poetica, questa sarebbe il prodotto, ovviamente raffinato di una trasformazione di rappresentazioni infantili represse. Che poi Freud, intimorito dalla attrazione che gli archetipi junghiani, così gratificanti per le esigenze metafisiche e spiritualistiche, potessero avere la meglio, abbia introdotto anche le cosiddette rappresentazioni originarie (2), ereditate filogeneticamente, è un altro problema, del tutto controverso.

Ora, tornando alle rappresentazioni inconsce, è evidente come questa concezione sia seduttiva, derivata dai prodromi del pensiero romantico ( vedi Schelling) e ha il vantaggio, come tanti postulati, di essere alla base della spiegazione di eventi psichici, senza doversi chiedere veramente in cosa consiste, da cosa deriva, come funziona. Quindi, nel caso della produzione poetica, non c’è nulla di più facile che affermare che l’ispirazione deriva da fantasie inconsce. E la cosa finisce lì.

Personalmente non nego la possibile esistenza di fantasie inconsce, ma mi sembra che con troppa disinvoltura non si è, per esempio, indagato se esista un aspetto di costruzione delle immagini evocate, al momento dell’evocazione stessa e non un ricorso a rappresentazioni  già definite e sedimentati nel tempo. Cioè è l’introduzione di uno schema dinamico  che pur utilizzando i dati mnestici esperenziali ,crei qualcosa di nuovo.

Questo eventuale processo, comune a tutto il sistema psichico, diventa particolarmente significativo , a mio avviso, nella produzione poetica sia come antefatto causale che come risultato immaginativo.

Ma, come ho già sottolineato in un intervento precedente, tale processo di costruzione è specifico nella produzione ma si diversifica nella fruizione. Cioè io lettore di una lirica, evoco scenari diversi, perché “miei” rispetto a quelli dai quali il poeta era partito.

Eventualmente il problema, non da poco e che è anche alla base della valutazione critica di una poesia, è quali dei suoi componenti siano riusciti ad evocare scenari densi di emozionalità. Sempre che si voglia considerare il prodotto poetico come una fonte potente nel campo degli affetti, positivi e negativi, e non un atto comunicativo ed informativo.

(1) A.Paivio- Mind and its evolution:a dual coding …-Psychology Press-2007-2013

(2) Per un’analisi specifica del concetto di  rappresentazioni inconsce originarie (o Fantasmi) vedi :J.Laplanche, J.B. Pontalis “Fantasma originario, Fantasmi delle origini, Origini del Fantasma” ed.it. Il Mulino 1988

 

 

 

 

 

 

 

martedì 22 febbraio 2022

POETICA:IL REGNO DELLE PAROLE AMBIGUE( E FOLLI)

 La produzione di parole e  frasi comuni ai nostri dialoghi, verbali o scritti, si può modificare in due direzioni. L’una, psicopatologica, tipica della produzione “senza senso”(però, invece, un vero senso ce l’hanno) nei gravi disturbi deliranti. Aggravata magari dell’ecolalia, cioè la ripetizione di parole altrui in modo quasi automatico. L’altra nella composizione cosciente di un impianto verbale in particolari produzioni che sfociano, in genere, nella poesia.

Ma, anche a costo di apparire irriverenti, tra queste due modalità c’è un legame: cioè vengono man mano annullate delle inibizioni linguistiche, sia semantiche che sintattiche (e qualche volta anche semplicemente grammaticali) che dirigono il discorso secondo itinerari ben prefissati. La rigidità di questi itinerari ha lo scopo di permettere una comunicazione reciproca con acquisizioni, univoche, di significato. Per questo, le collettività hanno imposto delle regole (magari rafforzate nell’azione didattica), altrimenti si teme il caos. Ma può anche darsi che questi selettori rigidi, possano, appunto essere modificati e addirittura neutralizzati proprie nelle due situazioni predette: quella psicopatologica e quella, essenzialmente poetica.

Detto un po’ brutalmente: la poesia è simile alla lingua dei “matti” con però dei correttori che la costringono a venire a patti con la comunicazione cosiddetta ‘normale’. In questa situazione il poeta deve fare un doppio compromesso e cioè ottemperare ad un minimo di adeguamento al discorso usuale e, nello stesso tempo, rispettare le potenti spinte interne che spingono verso una produzione che può sembrare caotica ma che rivendica la necessità di una radicale innovazione nel dominio verbale. La motivazione o causa di questa spinta, secondo Freud riguardava la gratificazione dell’Eros, per me, che sono più pessimista, riguarda la messa in atto di meccanismi difensivi che devono andare aldilà del dialogo usuale, data la deficienza dello stesso a tenere a bada ansie, depressioni e tendenze abbandoniche.   Lo rileviamo anche nell’acquisizione infantile del linguaggio: mentre il bambino impara soprattutto il nome degli oggetti, delle cose, se ne impossessa ripetendoli, e aldilà delle funzionalità, spesso canterellandole, li sistema in un ambito particolare che non è quello comunicativo. Il che avverrà più tardi.

Inoltre nella storia delle magie e delle superstizioni, nonché delle cerimonie, soprattutto religiose, vi è una ripetizione che man mano perde il proprio significato, di preghiere e locuzioni simili.

Quindi possiamo fare l’ipotesi, che la produzione poetica sia assimilabile con quella psicopatologica, nonché quelle rituale. Il che, ovviamente non può piacere ai poeti.

A meno che..A meno che non si veda il tutto con un’altra prospettiva è cioè che la rottura dei legami normativi del linguaggio comune sia, da un lato un atto ribellivo (la  “ribellione”è sempre un concetto che ha una potente attrazione seduttiva)contro le costrizioni ma dall’altro lato sia uno strumento ben più efficace di raggiungimento di “verità” nascoste, nelle quali l’aspetto formale e quello di contenuto, sono orientati dalla esigenza emozionale. E questo non vale solo per i linguaggi, poetici, psicopatologici, infantili, rituali, ma anche per altre forme culturali quali quelle figurative, musicali e forse, qua e là anche usuali (basti pensare ai sogni, alle fantasie).

In altri termini il deficit comunicativo emozionale e conoscitivo dei linguaggi comuni e specificatamente di quelli in prosa, costringe, sotto la spinta di pressioni interne molto più forti di quanto possa essere percepito consapevolmente, a trovare nuove vie di uscita. L’optimum sarebbe quello di riuscire a trasformare in comportamenti effettivi tali spinte, Ma freni interni (il cosiddetto Superio) ed esterni (il cosiddetto Controllo Sociale) neutralizzano tali impulsi, fornendo un sostituto, magari mascherato e dislocato in altri comportamenti “moderati”, pensieri, fantasie, sogni e quindi anche nella produzione artistica (sia linguistica, che visuale, uditiva ecc.) Se questa neutralizzazione fallisce le conseguenze psicopatologiche hanno la prevalenza.

Ora questo modello è preso a prestito, metaforicamente, da quello dei sistemi valvolari che bloccano, modificano o permettono un rilascio completo di “energie”. Per ora non mi sembra che esistano modelli più utili e funzionali di questo.

Ma esiste un’ulteriore sviluppo che va aldilà dell’ipotesi della soddisfazione repressa e quindi repressa o trasformata in forme “più moderate” (magari simboliche, metaforiche ecc.). Cioè, se parliamo, dell’espressione poetica (ma possiamo estendere il modello dovunque), dalla funzione originaria repressiva/trasformativa di impulsi, si è sviluppata, sia per motivi interni che per determinanti esterne, un’autonomia funzionale della produzione ed anche della la fruizione della suddetta espressione poetica.

Cioè fatta salva la fonte, pulsionale, di base, sempre di più la poetica costruisce i propri itinerari, le proprie dislocazioni, le proprie innovazioni. E questo avviene costruendo schemi innovativi. A proposito dei quali il gruppo di riferimento poetico detta le proprie regole (sempre con l’apporto, difficile da verificare, delle determinanti circostanziali e sociali).

Vediamo tale autonomia svilupparsi soprattutto attorno alla parola, che appare come un fulcro di una catena associativa, più o meno consapevole in un’area nella quale il termine linguistico diventa un concetto emozionale e conoscitivo. Quando Freud aveva scoperto ed indicato come modalità terapeutica l’associazione di parole del paziente e quindi un itinerario verbale che si espandeva aldilà delle regole sociali del linguaggio, probabilmente si riferiva a questo processo. Non lo ha però approfondito, essendo impegnato altrove alla costruzione delle componenti e attività di tutto il sistema psichico.

Applicando questo modello, possiamo comprendere il ruolo polisemico della parola e quindi la ambiguità di quest’ultima. Ambiguità non solo presente nell’atto della produzione ma sollecitata nella fruizione, cioè da parte del lettore. Ora è interessante prendere in considerazione se la fruizione del range dei significati  e sollecitazioni del prodotto poetico, collimi con quelli del poeta. Può darsi che questo avvenga, ma forse attorno a termini di uso più collettivo, sociale che però sembrano carenti di profondità significative. Cioè il poeta, tramite quella inconsapevolezza che chiamiamo intuizione, creatività ecc. “pesca” nel proprio sistema mnemonico linguistico e seleziona quei termini, che per lui, soggettivamente, abbiano la funzione gratificatoria (per me, invece, seguendo Brenner(1) di compromessi tra impulsi e difese). E attorno ad essi costruisce la frase poetica. Ma per il lettore le associazioni possono essere diverse e cioè una parola può condurre verso altri termini e soprattutto circostanze (“scenari”) relativi alla propria esperienza personale (reale o immaginata). Per questo motivo il vissuto del lettore può non essere univoco, ma differenziato e non prevedibile, data la specificità esperienziale di ognuno. Esempio banale: il verso dantesco “Amor che a nullo amato…”, può richiamare in chi lo produce (in questo caso Dante) un legame con un proprio scenario amoroso. Per me o altri riconduce ad una diversa esperienza, sempre amorosa o simile, reale o fantasticata. Non possiamo considerare analoghi i due processi attorno al concetto comune di “amore”, poiché la mia esperienza amorosa, pur analoga(forse) a quella dantesca è “solo” mia e si collega immediatamente ad altri scenari della mia storia.

Da qui la difficoltà del comprendere quale sia l’accettazione di una poesia da parte di un lettore e, quindi, il ripiegamento sulla esclusiva propria valutazione, da parte del poeta.

Il poeta si giustifica affermando che la propria produzione è un modo per esprimere dei propri contenuti. Ma sembra ignorare che è anche un atto comunicativo indirizzato ad altri, reali o virtuali.

 E’ quello che avviene nella situazione clinica dove la reazione dell’analista il suo “controtrasfert”, sempre basato sulle proprie esperienze psichiche personali, può distorcere il significato della comunicazione del paziente.

 

(1)C.Brenner-The mind in conflict,1982-tra.it.La mente in conflitto, Martinelli ed.1985

domenica 20 febbraio 2022

 

IPOTESI SULLA CREAZIONE POETICA

 

1)    L’AMBITO SOCIOLOGICO

 

Il tentativo di spiegare sia in termini sociologici che psicologici come viene attuato il processo di produzione poetica (come d’altra parte anche di altri prodotti artistici) suscita resistenze anche profonde. Da un lato ci sono stati i vari tentativi in questo campo che non hanno brillato per originalità , dall’altro lato vi è una difesa, anche spasmodica, di chi ritiene che la creatività poetica (o di altro), non debba essere spiegata, analizzata, disassemblata , perché cosi perderebbe quella forza e quella significatività che solo il mantenimento di un’unitarietà e globalità può dare (ovviamente il substrato ideologico spiritualista ed anche metafisico, qui fa capolino).

Ma esistono altri motivi e riguardano cioè lo scontro , sempre immanente, tra chi appartiene (sia come produttore che fruitore) al campo poetico e chi appartiene al gruppo psico-sociologico. Come appartenente a questo ultimo gruppo, non ho remore a dire che si tratti della solita lotta per un potere virtuale (e magari anche reale, quando consideriamo gli eventuali interessi economici in gioco), lotta che continuamente avviene tra tutti i gruppi di qualsiasi tipo. Questa lotta deriva da un’esigenza totalizzante predatoria o di difesa delle specifiche collettività, forse di origine genetica o simili (“Homo,homini lupus”diceva Hobbes…). Tuttavia, riconoscendo questi condizionamenti culturali, cercherò di delineare una serie di itinerari sia sociologici che psicologici, relativi alla produzione poetica (estensibili anche ad altri tipi di produzione).

Sociologicamente è necessario mettere in risalto, come qualsiasi studente sa, che esistono scuole o orientamenti specifici , storicamente determinati. Quello che forse è più difficile da accettare è che il mio prodotto poetico non solo appartiene ad una scuola od orientamento specifico, ma da quello stesso è pesantemente determinato.

Cioè :il poeta che si sente “libero” nella sua creatività, in effetti non fa che ripetere schemi che il gruppo di appartenenza, reale o virtuale, ha man mano codificato in una dinamica che pur tenendo conto degli apporti di ognuno, continua a ripetersi. Si può obiettare che anche se ci adeguiamo a dei vincoli formali, i contenuti sono diversificanti. Io posso riconoscermi nell’ ungarettiano ”Mi illumino di immenso” ,ma il mio verso “Masticando carote”(si perdoni l’irriverenza..) ha uno contenuto e quindi una comunicazione significante diversa.

Non si tiene conto anzitutto che il rispettivo compenetrarsi tra forma, contenuto e quindi significato o impatto emozionale, agisce in modo così determinante da farci sentire in grado di distinguere tra poesia e prosa (gli esempi di “prosa poetica”sono un ibrido interessante). Cioè c’è qualcosa nella poetica che sembra assente o parzialmente assente, nella narratività della prosa. Ed è proprio, penso, questa maggiore codeterminazione tra forma e contenuto. Più in avanti cercherò di chiarire questo processo.

Qui, per ora vorrei sostenere l’ipotesi che ogni poeta “copia” ed è  intriso dalle varie produzioni poetiche del suo gruppo di riferimento.

Il non adeguamento agli schemi del proprio gruppo porta ad una conseguenza: il non riconoscimento della sua appartenenza al gruppo stesso, il suo respingimento. E questo riguarda non solo le scuole e gli orientamenti specifici, ma anche l’intera collettività poetica. Vi sono migliaia (e nel mondo forse milioni) di aspiranti “poeti”, che non capiscono come il prodotto della propria creatività non sia accettato o non accettabile nella comunità poetica. Se oggi un aspirante poeta si sforzasse di utilizzare ancora metriche di altri tempi , non avrebbe diritto di esistere . D’altra parte anche in prosa, arti figurative e musica (quella seria..), non c’è spazio per la ingenua ripetitività del passato. E poi vi sono anche le determinanti di marketing dei  canali di comunicazione e contatto soprattutto editoriali. Se non  riesce ad entrarvi, non c’è spazio per l’aspirante all’ambito riconoscimento poetico (ma questo vale per altri ambiti, anche totalmente diversi).

Ricerche sulle “carriere” poetiche con l’analisi dei vari itinerari, facilitazioni e difficoltà sarebbero interessanti.

Ma resta un interrogativo importante: come mai si formano dei gruppi che esprimono e poi condizionano la produzione dei propri partecipanti. E come mai poi alcuni si modificano generando nuove collettività poetiche? L’ipotesi più comune ed anzi seduttiva (bisogna stare attenti al potere “seduttivo” delle idee…) è che nella stessa scuola o gruppo poetico alcuni singoli, per le loro capacità creative portino avanti modalità differenzianti dai dettati collettivi; diventino degli “outsiders”, dei fondatori di nuovi indirizzi. Questa ipotesi è seduttiva perché mette in primo piano la soggettività individuale, il cosiddetto “valore” del singolo. E questo singolo possiamo accettarlo come gregari, come nostro protettore, insomma, secondo la concezione dell’Edipo, come nostro genitore buono. Non solo , ma un giorno, sempre nella logica edipica, qualche figlio si ribellerà, contrapponendosi con un’altra via a quella usuale.

Se però cerchiamo di utilizzare un paradigma totalmente sociologico (alla Durkheim, per intenderci) è il gruppo in se stesso che inconsapevolmente costruisce una realtà diversa, dando vita a nuove soluzioni. E’ interessante osservare come secondo le esperienze dell’analisi clinica nei gruppi (soprattutto riconducibili alle osservazioni di Bion) si formi, nell’interrelazione tra i partecipanti, una nuova cultura, che consolida quella esistente e tende a produrre innovazioni. Un discorso analogo, mi sembra, è quello marxista, dove la classe sociale crea la propria cultura(ideologia) e si trasforma in qualcosa di nuovo, derivato sia dalla modificazione dei rapporti di produzione, sia da un’asserita presa di“ coscienza di classe”.

Ora voler ammettere, soprattutto in un campo come quello poetico, che non sono i singoli ma un’inconoscibile dinamica collettiva, non fa piacere a nessuno. Ci si scandalizza davanti ad un’affermazione per cui  le mie liriche pur influenzate da altri, da scuole, non siano un mio esclusivo prodotto creativo. Cioè si rivendica una posizione centrale del soggetto.

Questo può far capire come la sociologia sia molto meno apprezzata anche di quanto lo sia la psicologia. Infatti agli occhi dei più è considerata una disciplina limitata che rispecchia l’opera della benemerita categoria degli assistenti sociali. Non sembra, ma “ragionare” sociologicamente è più difficile, sia come strumenti che come riconoscimenti, di quanto si faccia con la psicologia.

Se si tocca la nostra convinzione di un’esclusività identitaria soggettiva, non si guadagna certo in popolarità.

 

2)L’AMBITO PSICOLOGICO

 

Consideriamo, anche se non è molto lecito separare la sociologia dalla psicologia, chiedersi qualcosa su come si determini il processo della produzione poetica.

Se noi chiediamo ad un poeta come si forma in lui quella poesia quei versi, non è che dobbiamo attenderci risposte esauriente. In genere , si afferma, sono venuti in mente, salvo poi intervenire per correggere, per modificare.

Cioè termini come Creatività, Ispirazione, Intuizione, sono il capolinea di ogni richiesta in tal senso. Tuttavia il poeta può fare riferimento a circostanze e determinanti sia esterne che interne, che hanno stimolato non solo a produrre liriche, ma anche come sfondo ideologico o scenico delle medesime.

Ora potrebbe essere utile riflettere su come esista un parallelo tra formazione del linguaggio, del pensiero, delle fantasie, degli atteggiamenti, delle emozioni e dei comportamenti con il processo poetico. Anzitutto ovviamente perché è un processo linguistico ma soprattutto per la rapidità che contraddistingue tutti questi eventi .

Cioè c’è un’immediatezza che sfugge al rallentamento del pensiero cosciente (che abbiamo detto, interviene poi per valutazione ed eventuale modifica del prodotto).

Questa immediatezza richiama la rapidità con la quale nel nostro cervello si attivano i contatti (sinapsi) tra le cellule base, i neuroni.

Allora possiamo ipotizzare che tutti questi eventi sopra descritti, siano prodotti , su stimolazione esterna o interna, facendo emergere tutti i materiali mnemonici collegati (secondo varie modalità) che abbiamo immagazzinato durante la vita. Ma se questo accadesse senza limitazioni , ci sarebbe una moltitudine di contenuti che paralizzerebbe pensieri e comportamenti.

Quindi agiscono dei filtri, dei selettori che obbligano ad una scelta univoca. Così io posso dire quella frase, avere quell’emozione, quel pensiero, quel comportamento, in modo univoco, scartando tutto il resto.

E qui allora c’è da fare la riflessione sulla poesia, sulla sua produzione rispetto a quella del linguaggio parlato o scritto.

Si può ipotizzare che la formazione di una lirica, di un verso, si basi su di un allentamento dei vincoli selettivi che costringono ad una scelta univoca. Soprattutto considerando la polisemia , possiamo constatare come ciò che viene prodotto poeticamente ha un’estensione maggiore, proprio quantitativa su quanto viene scritto o detto (autori come Joyce hanno tentato questa assimilazione). La poesia ha quindi un range di possibili scelte semantiche in continua evoluzione. Ma anch’essa deve avere dei selettori che blocchino un’invasione senza controllo di contenuti (come avviene in casi estremi di marasma psichico). E qui la componente emozionale, positiva o negativa, diventa l’ulteriore criterio di selezione.

 Si può considerare, anche,  quanto si è detto nella parte sociologica: i contenuti, i criteri, le modalità sviluppate nel gruppo poetico di riferimento, diventano i regolatori delle scelte liriche. Ovviamente questa visione tra i meccanismi psicologici e le attinenze sociologiche, non può venire accettata da chi è sedotto e vincolato dall’idealizzazione di una creatività che non può (non deve…) essere spiegata.

 

Ma c’è un’ipotesi ancora più scomoda. E se noi, i nostri pensieri, i nostri discorsi, le nostre fantasie, i nostri comportamenti e quindi le nostre produzioni poetiche , non fossero che l’espressione di “audio” e “video” registrazioni, introiettate durante il corso dell’esistenza e modificate a seconda delle richieste emozionali, positive e negative? Quello che avviene nei sogni e nelle fantasie .

 

 

 

 

  

 

 

 

giovedì 17 febbraio 2022

 

L’IMPATTO DELLA POESIA SUL LETTORE

Parlando della Poesia , a volte, si mette in risalto la “lateralità” , rispetto alla vita. Penso che forse il collocare così la Poesia, denunci il senso di frustrazione della posizione sociale del prodotto poetico. Pochi se ne occupano. Gli altri, nelle diverse forme artistiche, caso mai apprezzano la narrativa, le arti figurative, la musica.

Guardiamo quanti romanzi vengono letti, quante mostre sono visitate e quanto si apprezzino i concerti (ovviamente sto parlando di una minoranza: la maggioranza guarda le partite, apprezza canzoni di tutti i tipi, rimane incollata alle Tv)

Forse, per dire una malignità, un certo apprezzamento per altre forme artistiche, può essere anche infiltrato dal valore economico di queste produzioni: “money is money”.

I Poeti invece sono poveri e devono arrabattarsi con mestieri vari, sperando che siano il più intellettuali possibili...

Ma, a prescindere da queste constatazioni sociologiche, a me sembra che la Poesia susciti invece delle resistenze e che venga mal sopportata. La Poesia ha qualcosa, invece, che entra dentro, si mescola ai nostri elementi psichici interni. Nel poeta, poi (come per altre produzioni artisitche) può rappresentare un nucleo fondamentale della propria esistenza. Anzi dare senso alla vita ( nel mio linguaggio “psico”, forse protezione?). Ma perché questo? L’utilizzazione della parola non in un senso socialmente univoco, ma nell’estrema varietà dei significati, introdotti dentro di sé ,si aggrega alle componenti scisse della nostra psichicità, proprio come virus o batteri (visto che sono di moda). In termini “psico”: l’Io si modifica fortemente perché l’esperienza della parola affonda le radici nella primitiva evoluzione infantile e il suo schema di riferimento condiziona la sua personalità. Sono “preso” da tantissime cose e continuo a crearne altre. La Poesia è uno straordinario stimolatore e costruttore di nuove rappresentazioni psicologiche che sono in continuo movimento. Quando io penso a “Amor che a nullo amato, amar perdona” o “La sventurata rispose” o Saffo”sorridente, incoronata di fiori”, ogni volta aggiungo ulteriori elaborazioni interne e quindi narrative di quel mio Io che a che fare con qualcosa di diverso e costruisce porte di entrata per “landscapes” nuovi.

Si può ipotizzare che chi legge una poesia, la introietti stimolando contenuti interni(consci o inconsci ecc.), e quindi formando un nuovo evento psicologico, un mix con pesi vari a seconda della struttura caratteriale, della propria storia, dell’influenza dell’ambiente reale o virtuale nel quale è immerso. Ovviamente, ma come fatto decisivo, modificando un gradiente emozionale (piacevole, spiacevole ecc.) rispetto a quello usuale.

Tuttavia, a questo proposito va fatta una osservazione. Mentre, in genere, il produttore di testi, di arti figurative, di musica, tiene sempre d’occhio la possibile reazione dei fruitori (anche, diciamo malignamente, perché spesso sono presenti aspetti economici e gli editori vigilano…), i poeti sembra che non si preoccupino affatto di come saranno lette, capite, vissute emotivamente, le proprie liriche. Si potrebbe avanzare l’ipotesi che c’è un egocentrismo narcisistico che sembra affermare: questo è quello che ho creato io, comunica me stesso e i miei contenuti, se vi piace sono contento, altrimenti …Ovviamente ci può essere anche un desiderio di coinvolgimento, di stimolazione magari ideologica ma infine la poesia è soprattutto un’espressione personale. Anche per questo, forse , viene poco accettata.

Cioè i criteri di valore sono caso mai fissati dagli altri partecipanti dello stesso gruppo sociale, poeti e critici (con una notevole presenza di avversioni, invidie, alleanze magari temporanee ecc. D’altra parte questo è tipico di ogni gruppo sociale)

Tornando però all’argomento dell’impatto sul fruitore ci sono due ulteriori aspetti che secondo me, vanno tenuti in considerazione.

Uno riguarda l’itinerario percettivo e le relative possibili fissazioni sul corpo della lirica. Questo perché, a differenza per esempio delle opere figurative che possono essere guardate immediatamente nella loro globalità o nell’’attenzione sui dettagli, sia che si tratti di una poesia o di una prosa, c’è un itinerario di spazio della lettura ( o dell’ascolto) inserita nella dimensione S\T: Spazio Tempo. Cioè si “cammina” nel testo.

Ora non è solo un problema percettivo (anche se questo è molto presente, soprattutto negli aspetti ritmici e fonetici. Basti pensare al ruolo che la metrica ha sempre avuto) ma anche al livello di una selezione di aree o singole parole, che, probabilmente hanno per il singolo fruitore, sia un gradiente emozionale specifico (piacevole, spiacevole ecc.), sia perché per regole associative formali e/o di contenuto, si collegano a quei contenuti interni dei quali avevo accennato prima. Esempio banale: “Amor che a nullo amato, amar perdona” oltre alla fissazione sul termine Amore e sulle sue declinazioni nel verso (per ovvi motivi..), il ”perdona”può essere ignorato (magari perché ha troppo un profilo buonista) o accolto per gli stessi motivi oppure scisso dentro di noi in “per dono” che collegato al termine Amore, ne aumenta l’impatto emozionale e forse il proprio radicamento nell’esperienza storica del soggetto. Cioè la polisemia invocata come una delle maggiori differenziazioni rispetto alla prosa che ha invece la sua base nel processo della narrazione, ha un valore molto più ampio di quanto i meccanismi retorici della metafora e della metonimia spiegano. Cioè io posso vivere anche scissioni o modificazioni interne di singole parole.

Nella ricerca, senza pretese, che con altre due persone, ho effettuato e pubblicato su Incognita (n.2), abbiamo indagato, in colloqui cosiddetti clinici(cioè liberi e approfonditi, secondo una traccia, non con le solite domandine/risposte dei questionari), quali fossero le reazioni di 30 persone (ambosessi, distribuiti per età, di classe media, non di un mestiere “intellettuale”), alla lettura di una lirica di Montale:”Piccolo testamento”. Oltre a raccogliere le impressioni alla prima totale lettura della poesia, si è poi proceduto ad un’analisi per aree, individuando su quali parole o frasi, si era fermata l’attenzione, e che abbiamo definito focal points. Cioè il lettore e con criteri abbastanza soggettivi, selezionavano parti, l’impatto delle quali poteva essere, per ognuno, piuttosto rilevanti.

Questo il poeta spesso lo intuisce e non a caso utilizza ed elabora accuratamente singole parole, che, nel mio linguaggio “psico” diventano oggetti, produttori di ulteriori processi ed elaborazioni interne. Ma questo per il poeta, ma per chi lo legge?

Il secondo aspetto sul quale mi soffermo è specificatamente psicoanalitico e riguarda la relazione che si sviluppa tra il lettore e la poesia, tra il lettore e l’autore che è il vero produttore di questo oggetto. Qui, secondo gli aspetti di base del processo psicoanalitico, si forma una situazione transferale, nel senso specifico del termine e cioè di “trasferimento “dell’attuale relazione nella situazione infantile.

Il lettore, la poesia, l’autore, nel vissuto del fruitore (e poi si affacciano più ,sullo sfondo, altri personaggi), si scambiano ruoli genitoriali e fraterni, con vicendevole acquisizione di connotazioni protettive, desiderative, rancorose, abbandoniche ecc. La lirica diventa un terreno di possesso ma a propria volta si personalizza e “mangia” il lettore. Come avviene non solo nel trattamento psicoanalitico ma in qualsiasi relazione, sia con esseri animati che non animati.

In altre parole, io posso rivivere, nella mia lettura poetica, esperienze relazionali antiche, infantili, con connotazione positiva o negativa. Ma inoltre so che dietro alla poesia c’è un autore e con la sua figura virtuale anche qui mi metto in relazione nel triangolo lettore-lirica-autore.

Vi è quindi una problematicità rilevante se vogliamo costruire modelli dell’impatto psicologico (e sociologico, antropologico culturale) sia dell’immagine globale del genere Poesia, sia delle reazioni alla lettura di liriche specifiche. Ora l’uso di tali modelli incontra spesso resistenze, nei poeti e in altri, perché decostruirebbe un qualcosa che va preso nella globalità e nell’immediatezza e non frammentato ed analizzato nelle componenti. Questo atteggiamento spesso, si basa su ideologie diciamo totalizzanti, anche spiritualistiche e metafisiche.

La mia ideologia di base,quella scientifica, non può accettarle.

Invece si può chiedere qualcosa d’altro, sulla Poesia come su altri,anche disparati eventi, e cioè che gli strumenti(e quindi le ipotesi che ne derivano), siano ancora non adeguati ad analizzare fenomeni così complessi.

(1) Incognita,n.2-Giugno 1982